Lutto
Lalla, il padre morto sul lavoro e la giustizia che non c'è: «Mai ottenuto il processo, ma continuo a lottare»
Per la giustizia – che ha archiviato il caso il 30 gennaio 2017 – l’artigiano è morto per «cause naturali» dopo essere caduto dalla scala il cui utilizzo – scrive la procura – «è stata un’iniziativa autonoma dell’infortunato». Ma per la figlia la storia è un'altra
AREZZO. «Mio padre è morto senza un colpevole». Lalla Quinti, 45 anni, ne è certa: quel maledetto giorno c’era qualcuno a reggere la scala di suo padre Leonardo, 73 anni, artigiano aretino. Qualcuno che però – spiega – non si è mai fatto avanti per raccontare cosa accadde in quel terreno nella Tenuta Vitereta di Laterina, il 24 maggio 2016, dove l’uomo è stato trovato riverso al suolo.
Per la giustizia – che ha archiviato il caso il 30 gennaio 2017 – l’artigiano è morto per «cause naturali» dopo essere caduto dalla scala il cui utilizzo – scrive la procura – «è stata un’iniziativa autonoma dell’infortunato». Ma per la figlia si tratta di un incidente mortale sul lavoro per quell’oggetto era a disposizione dei lavoratori della tenuta. Da allora Lalla Quinti è alla ricerca della verità e sta fondando la prima associazione, in Italia, “Famiglie vittime sul lavoro”, sezione di Medicina democratica, che avrà sede a Firenze e che accoglierà quasi 150 persone, tutte quante familiari di vittime suoi luighi di lavoro.
Signora Quinti, cosa è successo a suo padre?
«È uscito di casa il 24 maggio 2016 per un sopralluogo di lavoro e non è più tornato a casa».
Chi l’ha trovato senza vita?
«Una dipendente della società che era proprietaria della tenuta. Il corpo di mio padre, riverso al suolo, era vicino a una scala, sempre di proprietà della stessa società, lasciata appoggiata a un muro».
Cos’è successo quando sono arrivati i soccorsi?
«L’ambulanza non è mai arrivata a destinazione, colpa di un incidente con un furgone. Sul luogo della tragedia, una ventina di minuti dopo la chiamata al 118, è arrivata solo la guardia medica».
Ed è stata lei ad accertare il decesso di suo padre?
«Sì. Ha attribuito il decesso a cause naturali. Mio padre è caduto da un’altezza di oltre tre metri, mentre si trovava su quella scala poi ritrovata poco distante, appoggiata a un muro. Sono sicura che ci fosse qualcuno lì con lui. Qualcuno che se n’è andato, lasciando mio padre in una pozza di sangue».
Quali accertamenti sono stati fatti per accertare le cause della morte di suo padre?
«Non è stata disposto alcun esame medico legale e la salma di mio padre ci è stata restituita un giorno prima dei termini di legge per la consegna, favorendo una rapida sepoltura. E la sua morte, ora, grida giustizia».
L’inchiesta è stata chiusa?
«Sì: il 30 gennaio 2017 il giudice per le indagini preliminare ha archiviato l’inchiesta contro ignoti. Nella relazione degli ispettori dell’Asl si evidenziava che la scala da cui è caduto mio padre, e di proprietà della società che gestiva la tenuta, non era conforme alla legge. Ma nulla, il giudice ha deciso così».
Di recente ha manifestato davanti al tribunale di Arezzo per chiedere la riapertura – l’ennesima – del caso.
«Per tre volte ci è stata negata la riapertura dell’inchiesta, ma non ci arrendiamo. Se abbiamo fondato prima un gruppo Facebook e ora un’associazione vera e propria, è per dare una tutela legale ai familiari delle vittime dei morti sul lavoro. Mia madre, mio fratello ed io, dopo la morte di mio padre, non sapevamo cosa fare, come comportarci. Già sopportare un lutto così grande è un dolore immenso. Vogliamo evitare ad altri che passino quello che abbiamo sofferto noi, dando loro assistenza».
Continuerà a lottare?
«Sì. Fino a quando non riuscirò a dimostrare che non può esistere sicurezza sul lavoro senza giustizia. Mio padre non è solo un numero. È morto senza un colpevole».
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