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Sahel, una crisi che ci riguarda da vicino

Piero Fassino
Sahel, una crisi che ci riguarda da vicino

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L’annuale summit Unione europea-Unione africana che tra pochi giorni si celebrerà a Bruxelles non potrà essere una scadenza rituale. Intanto perché mentre l’Europa – grazie ai vaccini – pare essere riuscita a domare il Covid-19, non così l’Africa dove la percentuale di vaccinati è a cifre residuali. Ma altrettanto critiche sono le dinamiche politiche.

Emblematico quel che accade nel Sahel, la regione sahariana che, collocata tra Nordafrica e Africa equatoriale, si estende orizzontalmente dai confini di Somalia e Sudan al golfo di Guinea.

A lungo oggetto di dominazioni coloniali inglese e francese, la regione ha conosciuto una decolonizzazione incerta e precaria, segnata da povertà, malattie endemiche, desertificazione ambientale, esodi migratori, guerre civili e regimi autoritari, traffici illeciti e corruzione. Da ultimo la regione ha visto un’ampia diffusione di cellule jihadiste determinando una condizione di diffusa instabilità e insicurezza, peraltro in un’area contigua a uno scacchiere già investito da altre acute crisi: la frammentazione clanica della Somalia, la guerra civile nel Tigray etiopico, il golpe militare in Sudan e la guerra civile in Sud-Sudan, lo stallo del processo di stabilizzazione in Libia, la crisi in Tunisia.

Su impulso della Francia – da sempre principale partner della regione – si attivò nel 2014 il G5 Sahel, un processo di cooperazione finalizzato alla sicurezza e allo sviluppo di Ciad, Mali, Niger, Burkina Faso, Mauritania, accompagnato da missioni militari di contrasto al terrorismo, come in Mali con le missione Barkane (francese) e Takuba (europea) a cui anche l’Italia partecipa. Iniziative, tuttavia, che devono fare i conti con sentimenti di ostilità soprattutto verso la presenza francese, vissuta dalle popolazioni e dalle classi dirigenti locali come manifestazione di tendenze neocoloniali dell’occidente.

L’espulsione dal Mali dell’ambasciatore francese e il rifiuto di accogliere il contingente militare danese di Takuba, costretto precipitosamente a rientrare in patria, sono solo gli ultimi episodi di dinamiche che uniscono destabilizzazione e deoccidentalizzazione.

Non solo la minaccia terroristica è lungi dall’essere debellata, ma l’intera regione è insidiata da colpi di stato militari – alcuni riusciti, altri temporaneamente falliti – che, Paese dopo Paese, travolgono i fragili governi civili.

La miscela esplosiva composta da minaccia terroristica, povertà e sottosviluppo economico, degrado ambientale, fragilità istituzionali, traffici illeciti e corruzione ha così suscitato un “autoritario populismo militare” che non guarda alle società aperte e libere fondate sul diritto, ma volge lo sguardo ai regimi illiberali. Il Mali si è rivolto alla compagnia di mercenari russi Wagner – già presente in Siria e Libia – per sostituire le missioni occidentali. La Cina prosegue nella sua espansione silenziosa di prestiti e investimenti, solo apparentemente senza condizionamenti politici, e movimenti islamisti funzionali a governi illiberali godono di sostegni dei Paesi del Golfo, Arabia Saudita e Turchia.

Un mutamento radicale di scenario e di orientamento culturale se solo pensiamo all’africanismo di Nyerere, Senghor, Mandela, grandi leader che scommisero su una decolonizzazione capace di occidentalizzare l’Africa nel segno dello stato di diritto e dei valori democratici.

Di fronte a uno scenario così complesso e critico la tentazione istintiva sarebbe di starne lontani, ma sarebbe un errore strategico esiziale. Quel che accade in quei Paesi ci riguarda direttamente – si pensi ai flussi migratori – e il Sahel rappresenta sempre di più l’estremo confine meridionale di una regione euro-mediterranea che vive problemi comuni a cui è necessario offrire soluzioni comuni.

Il che deve sollecitare l’Unione europea a dotarsi di una strategia multilaterale che al necessario contrasto al terrorismo accompagni una forte iniziativa a tutto campo per offrire al continente africano – che vedrà in questo secolo triplicare la propria popolazione – una prospettiva di sviluppo economico, di promozione sociale, di stabilità politica.

Peraltro già oggi la somma degli investimenti dei singoli Paesi dell’Unione europea in Africa è dieci volte superiore agli investimenti cinesi. Ma è una somma aritmetica, che per avere valore aggiunto richiede una strategia europea unitaria. È a questo che il vertice di Bruxelles dovrà rispondere. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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