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Istat, sale l’inflazione, mai così alta dal 1996. È l’effetto caro-energia

Istat, sale l’inflazione, mai così alta dal 1996. È l’effetto caro-energia

Per la prima volta in 26 anni è schizzata al 4,8%. «La pandemia sta condizionando le scelte d’acquisto»

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ROMA. Un’inflazione così alta non si registrava da quasi 26 anni. Dall’aprile 1996, per la precisione. E – spiega l’Istituto nazionale di statistica – la ragione di quel 4,8% su base annua è da ricondurre alla «costante evoluzione dei comportamenti di spesa delle famiglie» ma anche «all’impatto di eventi, come la pandemia tuttora in corso, che condizionano le scelte d’acquisto e la struttura della spesa per consumi».

A far lievitare i prezzi sono perlopiù i beni energetici e costano di più anche i beni alimentari e le bevande (+3,8% in un anno) e pure ristoranti e alberghi (+4,1%). Scarso l’aumento sul fronte abbigliamento (+0,7%) e calano i prezzi delle telecomunicazioni (–3,9%). E snocciolando i numeri, secondo le stime preliminari, il mese scorso l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività , al lordo dei tabacchi, registra un aumento dell’1,6% su base mensile e del 4,8% su base annua (dal +3,9% del mese precedente).

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I beni energetici regolamentati trainano questa fiammata con una crescita su base annua mai registrata (+38,6%), ma, a cascata, l’aumento si registra anche in altri comparti merceologici. L’impennata massima si ha però sul fronte dei beni energetici con un rialzo pari al 93,5% rispetto a un anno fa. L’Istat sottolinea tuttavia che la componente di fondo, al netto di energetici e alimentari freschi, conferma il dato di dicembre grazie anche al rallentamento dei prezzi dei servizi relativi ai trasporti i cui andamenti sono ancora condizionati dalle limitazioni alla mobilità dovute alla pandemia.

L’ulteriore e marcata accelerazione dell’inflazione, spiega l’Istituto di statistica, è dovuta prevalentemente ai prezzi dei beni energetici (la cui crescita passa da +29,1% di dicembre a +38,6%) , in particolare a quelli della componente regolamentata (da +41,9% a +93,5%) , e in misura minore ai prezzi dei beni energetici non regolamentati (da +22% a +23,1%) . Costano di più i beni alimentari, sia lavorati (da +2% a +2,4%) sia non lavorati (da +3,6% a +5,4%) e a quelli dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (da +2,3% a +3,5%); da segnalare, invece, il rallentamento dei prezzi dei servizi relativi ai trasporti (da +3,6% a +1,4%). Su base annua accelerano i prezzi dei beni (da +5,5% a +7,1%), mentre la crescita di quelli dei servizi rimane stabile a +1,7%.

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A livello congiunturale, invece, l’aumento dell’indice generale è dovuto, per lo più, ai prezzi dei beni energetici regolamentati (+42,9%) e in misura minore a quelli degli energetici non regolamentati (+3,2%), dei beni alimentari non lavorati (+2,1%) , degli alimentari lavorati (+1,4%), dei beni durevoli (+1%) e dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (+0,9%). Solo i servizi relativi ai trasporti diminuiscono (–1,6%), a causa per lo più di fattori stagionali. Secondo le stime preliminari, l’indice armonizzato dei prezzi al consumo aumenta dello 0,2% su base mensile e del 5,3% su base annua (da +4,2% di dicembre). La variazione congiunturale più contenuta, rispetto a quella dell’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività, è dovuta all’avvio dei saldi invernali di abbigliamento e calzature, di cui l’indice non tiene conto, che determinano una diminuzione di questo comparto merceologico pari a –19,1%.

«Se si dovesse consolidare un trend dei prezzi al consumo di questa ampiezza da un punto di vista della crescita, saremmo di fronte a un elemento non più sano, ma patologico che produrrebbe conseguenze negative da vari punti di vista sull’economia», è l’allarme lanciato dagli analisti.

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