Italia
Mattarella-bis, il senso del dovere e il fallimento dei leader
«Accetto per responsabilità, che prevale sulle considerazioni personali». Il Parlamento esulta ma i partiti escono sconfitti
Non venite, non voi. Mandate il Parlamento, i suoi rappresentanti. Sergio Mattarella parlerà in serata, il suo è un monito e una spiegazione al Paese di un bis che per la seconda volta nella storia repubblicana suona come un’anomalia, ma «i giorni difficili trascorsi per l’elezione nel corso della grave emergenza sanitaria, economica e sociale richiamano a un senso di responsabilità. E dunque non può «sottrarsi», il «senso del dovere» deve prevalere sulle aspettative personali «differenti». In fondo, nel pomeriggio l’aveva detto anche ai capigruppo. «Avevo altri programmi, ma se serve ci sono». Eppure, le parole più dure sono quelle che il Capo dello Stato non pronuncia poco prima di pranzo. Il messaggio filtrato attraverso i pontieri del Colle ai capi partito dopo la resa. Anzi dopo la rissa con cui si sono contesi per giorni il boccino del Quirinale pensando di usarlo come un elisir per le loro leadership. Una giostra di aspiranti kingmaker diventata a tratti tragicomica.
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Niente processione col capo cosparso di cenere. Il default è già di fronte agli occhi del Paese. È nei 759 voti presi all’ottava votazione, seconda per numeri solo a Pertini, è in quest’uomo mite di 81 anni diventato l’unica garanzia per gli italiani, il più popolare e rassicurante ma che avrebbe voluto ritirarsi a vita privata, aveva già fatto gli scatoloni e stava arredando casa e invece sarà costretto a tornare, riacciuffato chiama dopo chiama dalla «saggezza» del Parlamento, dice Enrico Letta, l’unico ad ammettere che se Mattarella è la «salvezza», la «cosa migliore», è anche il segno di «una crisi della politica e delle istituzioni». Ma questa volta non vedremo un Presidente rimbrottare l’emiciclo. Non un caso che Mattarella ringrazi i «parlamentari». Sono i Grandi elettori ad averlo sospinto giorno dopo giorno, con una progressione di preferenze suonata come una chiamata silenziosa. Tanto che in mattinata, alla prima chiama si diffonde il terrore che Mattarella venga eletto «per caso» dalla "base" ribelle. «I capi partito, soprattutto a destra, non controllano più le truppe, hanno dimostrato di non conoscerle», sussurra un big leghista. E la crisi è palese nell’epifania incongrua di Matteo Salvini alle 10.35 a Montecitorio. Dopo giorni spesi fra incontri segreti rivelati un minuto dopo a suon di tweet, a citofonare a figure illustri della Repubblica per poi bruciarle nello spazio di un battibecco mediatico, il leader del Carroccio percorre i tappeti rossi del Transatlantico e pur di apparire come l’apriscatole dell’elezione del Presidente incenerisce il poco che resta del centrodestra: «Se dobbiamo andare avanti altri quattro giorni fra veti e contro veti della sinistra, consideriamo se non sia più serio chiedere a Mattarella “ripensaci”». Nel Carroccio la prendono talmente bene che a una cert’ora Giancarlo Giorgetti abbozza una frase e pare annunci le dimissioni, poi corregge («ma figurarsi»), Salvini lo costringe a presentarsi di fronte alle telecamere accanto a lui, ma il bisteccone moderato leghista non si trattiene: «Serve una nuova fase al governo».
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L’anno zero della politica, il nuovo crash dopo il Napolitano bis è anche in Giuseppe Conte, che fa filtrare di aver tentato perfino nella notte su Elisabetta Belloni, la candidata dell’asse giallo-verde-nero franata in mezz’ora la sera prima. Solo che poi l’avvocato di Volturara Appula compare fuori dall’aula a festeggiare Mattarella alle 21 come una vittoria dell’Italia agli Europei, fra abbracci e pacche sulle spalle con i suoi e con i dem ed Enrico Letta, dicendo «No no, preferiamo Mattarella». Anche lui deve riparare, coprire le falle, perché il Movimento fa acqua da tutte le parti. Mezz’ora prima davanti allo schermo, alla lettura delle schede, è scoppiato un applauso. Per il rieletto Capo di Stato, certo, ma pure per Luigi Di Maio. Una cinquantina di fedelissimi del ministro degli Esteri lo circondano. Spadafora, Bonafede, vanno pure Michele Emiliano e Giovanni Toti a complimentarsi, «ché Giggino è il vero leader, non ne ha sbagliata una, dove Conte combinava guai lui ricuciva, rattoppava». Scissione cinque stelle de facto. Matteo Renzi, in Transatlantico, improvvisa analisi a ritroso. Lui si sa, voleva Casini. Parla con quella faccia che fa quando vuole sembrare serio, la fronte corrucciata, gli occhi un po' socchiusi: «Enrico mi ha chiamato, temeva che avrei votato Casellati con la destra. Gli ho detto "Mi conosci da anni, potrei mai farti una cosa del genere?"». Chi lo ascolta gli occhi li sgrana, aspettando la battuta. Tutti convinti che sbotti. “Certo che sì”. Una fragorosa risata. Nulla invece. Il senatore di Rignano si gira, fa finta di niente, scappa a votare. «Che amarezza anche per Silvio, il centrodestra ne esce male, che errore non portarlo più avanti, ma Salvini è stato ondivago e caotico», dice Andrea Ruggieri, deputato forzista. Giorgia Meloni mostra il volto truce, cavalca la rabbia del popolo sovranista. All’ipotesi Mattarella passa dal «non voglio crederci» ai toni da Bestia: parla di «giochi di potere», teatrini, «spettacolo indegno». Sbotta: «Manco il gattopardo, siamo al nulla cambi perché nulla cambi». I colonnelli di Fratelli d’Italia girano col sorriso fino alle orecchie. «Salirà al 25%, vedrete». «Certo, ma il centrodestra è imploso. Salvini è riuscito in un capolavoro, rompere con il Cav e pure con lei, Giorgia si ritroverà forte ma sola all’opposizione anche fra un anno». «La soluzione migliore per il Paese è la più imbarazzante per il leader – ragiona Stefano Mugnai, deputato di Coraggio Italia – Dovremo interrogarci sugli assetti istituzionali. Non possiamo ignorare che è per la seconda volta siamo costretti a salire al Colle per chiedere un bis».
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Il dramma a destra a un certo punto si fa sitcom in Transatlantico. Ignazio La Russa e Lucia Ronzulli. «Ignazio, tra noi rimane il rapporto personale al di là dei partiti vero?». «Sì, perché i nostri partiti sono all’opposto». «Lo sai, mai dire la parola fine». «No, fine no, la parola giusta è vergogna». «Torna Sergio, torna Sergio», da tre giorni ormai». Nella Lega s’è aperto il congresso a Salvini. «Eh ci credo – dice Claudio Borghi, lui ancora fedele alla linea ma preoccupato – Se prima provi a eleggere una donna con Conte e Meloni, poi è un po’ aggressivo intestarsi Mattarella. A me tremava la mano nel catafalco, non so se ho scritto bene sai». Salvini infatti rivendica: «Abbiamo sbloccato noi la situazione». E sembra situazionismo, in effetti. Nel Carroccio stanno salendo tutti sul carro di Luca Zaia. «Va benissimo Mattarella, si torna a lavorare, lavorare», ride il governatore veneto. In Parlamento perfino i peones del misto si concedono il lusso di votare il magistrato Di Matteo. Vittorio Sgarbi, che li aveva sondati nella pesca a strascico per Silvio, li ha interrogati. «Incredibile, votando Mattarella gli hanno salvato la poltrona e si lamentavano pure. Così non cambia niente, dicevano». Certo, ma poi un gruppetto alla buvette stappa un prosecco. Cin cin. «Evviva zio Sergio». Riferimento a “nonno Mario”. Perché anche Draghi ne esce ammaccato. Ci aveva sperato L’unico a non sbracciarsi, non esultare smaccatamente e a mantenere una certa flemma è Letta. Il segretario dem ha adottato la strategia del «pesce di pietra». Fermo, in attesa. «Avevo detto che non ci sarebbero stati né vincitori né vinti», dicono i suoi. E invece in Transatlantico compare Dario Franceschini, anche lui era parecchio impuntato su Casini. Ora, figurarsi. «Eccolo, the winner», e giù pacche sulle spalle al pisano. Che da pisano sorride, gioisce, ma mai sguaiato: «Mattarella rafforza Draghi, non serve alcun rimpasto. Lasciamo stare Salvini. Anzi, con Draghi al Quirinale non so se ora avremmo un governo». Il leader dem comincia pure a dettare l’agenda: porterà sul tavolo della maggioranza una legge elettorale, una sul vincolo di mandato.
«Così non va – bubbola Salvini – il Pd è già in campagna elettorale. Serve un codice di comportamento per stare al governo, parlerò con Mario».
Insomma, Draghi sarà pure blindato, ma non serenissimo.
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