Il Tirreno

Toscana

CENTRODESTRA

Casellati sprofonda nell'urna, si apre il processo a Salvini

dall'inviato Mario Neri
La presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati
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La presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati

La presidente del Senato tradita dai franchi tiratori. E ora nel centrodestra la leadership del leghista è in discussione

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Esce scossa, un’assistente la cinge e la sorregge. Gli occhi, fino a pochi minuti prima fissi sulle schede, assetati di voti, ora sono quasi lucidi. Tentenna in una vertigine, un passo falso. Bruciava di ambizione, ha appena scoperto di essere stata arsa a fuoco lento, casella dopo casella Elisabetta Casellati è precipitata nell’urna.

Tradita dai franchi tiratori, dai compagni di partito e mica dai kompagni. «Spiaze», dice con accento veneto dopo aver fatto marcia indietro arrivata sulla soglia del Transatlantico, fuggendo in un corridoio. Ormai è chiaro: Salvini c’è, non ci fa. Il segretario della Lega adesso è costretto a cercare una via d’uscita. Una qualsiasi. La prima per ora è la confusa ritirata: dopo la debacle della quinta, la Lega alla sesta chiama si astiene, non ritira la scheda. Dopo la Casellati, si va a caso.

Del resto, è andata a dritto nonostante l’evidenza, la presidente del Senato, nonostante la sua candidatura fin dalla mattina fosse plausibile solo a lei e forse alla sghemba traiettoria immaginata da Matteo Salvini per questa pazza, folle corsa al Quirinale. Un deragliamento calcolato. 382 voti, 70 in meno della potenza di fuoco del centrodestra. È andata avanti presentandosi in aula, accanto a Roberto Fico per controllare scheda per scheda chi le avrebbe fatto mancare l’appoggio. «Una scelta indegna, e il voto la delegittima, fossi in lei mi dimetterei», dice Antonio Mazzeo, delegato regionale dem della Toscana. «Una mancanza di stile», commenta Caterina Biti. La grande sorella Elisabetta, convinta che avrebbe ottenuto un’incoronazione nel centrodestra e potersi vendicare dal Colle sugli sparuti traditori, del centrodestra sancisce l’ennesima spaccatura.

«Fdi alla quinta votazione si conferma partito granitico. Anche la Lega tiene. C’è chi ha lavorato per impedire la storica elezione di un Presidente di centrodestra. Gli italiani che credono in noi non meritano questo. Ne parlerò con Salvini per sapere che cosa ne pensa», twitta Giorgia Meloni.

Ecco, perché nessuno ha capito la pensata di Salvini, come diavolo gli sia venuto in mente che una prova di forza sulla seconda carica dello Stato potesse sortire un qualche effetto benefico. Non solo sulle trattative, ma perfino sulla sua leadership, sulla disperata rimonta ai consensi che Matteo sta ormai provando su Giorgia. Perché a questo, e a null’altro, sembra destinata la scombiccherata conferenza stampa che il capo del Carroccio improvvisa nella sala dei gruppi a Montecitorio alle 12. Un set per dire tutto e il contrario di tutto. In cui ripete innumerevoli volte che è la destra a candidare la donna e non si capacità di come la sinistra, quella che gridava alla donna Presidente, possa dire che è divisiva. Al fianco la Ravetto e la Stefani, non i capigruppo. Tanto che fra le truppe qualcuno mugugna. «La donna, la donna, la donna. O Salvini, ma l’omo?», motteggia qualche centrista toscano ricordando la scena alla casa del popolo con i militanti rossi impegnati in un dibattito sul femminismo nel mitico film di Beningni.

Uno show in cui ricorda che Mattarella ha detto no a un bis «venti volte», ma in caso di stallo potrebbe «ragionarne». Rimprovera Letta e Conte di non averlo voluto incontrare, che lui vorrebbe dialogare, ma fa dichiarazioni talmente distensive da accusarli di voler far «saltare tutto e aprire la crisi di governo». «Ci manda a sbattere», raccontano di aver sentito sibilare Luca Zaia in un capannello con i delegati regionali. I governatori leghisti lo avvertono da giorni: non si va a caso sulla Casellatri. «Un rischio minare la stabilità del governo», dirà il governatore alle agenzie. La pazienza è finita.

Del resto, «l’asticella accettabile per continuare su Casellati sarebbe quella dei 400 voti, sotto quella è evidente che bisognerà cominciare a ragionare di Draghi, o forse di nomi condivisibili anche dal centrosinistra come Belloni e Cassese», diceva a quinta chiamata ancora in corso Edoardo Rixi, deputato leghista fra i fedelissimi del leader, sapendo bene che gli ultimi due sono ormai candidati di bandiera. Dopo il flambé Casellati, si ricompongono le ceneri. Il capo leghista convoca un vertice di coalizione. E sembra quasi un congresso sulla sua leadership.

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