Italia
Se fabbricare scarpe è di nuovo glamour
Rodolfo Checcucci (Confindustria): «Segni di ripresa dopo una crisi terribile»
Il colpo è stato duro. Durissimo. Eppure il settore calzaturiero si sta rialzando. Come un pugile andato più volte al tappeto, ma deciso a non arrendersi. A testa alta gli addetti ai lavori guardano avanti, lo sguardo rivolto verso il futuro. La domanda è in crescita, il volume degli affari registra un più 20%. Il punto debole è - e resta - il numero degli occupati del settore calzaturiero che, per ora, rimane fermo al meno 15%. Rodolfo Checcucci, coordinatore del gruppo Cuoio e calzature della sezione Sistema moda di Confindustria Toscana Nord, dice non bisogna allarmarsi. Perché, dopo tanto, i segnali di ripresa sono tangibili.
Qual è la situazione del calzaturiero al momento?
«In questi due anni il nostro comparto ha attraversato la peggior crisi dal Dopoguerra. Ma in questi ultimi mesi stiamo registrando i primi segnali di ripresa».
Ma il saldo degli occupati del settore è ancora negativo.
«È vero, ma il rapporto è direttamente proporzionale: se diminuisce la domanda di calzature, come è accaduto a causa della pandemia, cala anche la necessità di forza lavoro. Ora, però, la rotta si sta invertendo. Dal nostro punto di vista, che tenta anche nelle difficoltà di guardare al futuro, esistono e si stanno sempre più ricreando opportunità di lavoro nel settore calzaturiero anche e soprattutto per i profili più qualificati. Professionalità nuove e maggiormente formate vengono ricercate tanto negli ambiti dedicati alla produzione per i grandi brand della moda mondiale, quanto nelle aziende con strutture organizzative di produzione e commercializzazione più articolata che puntano a creare prodotti di qualità per le fasce più alte del mercato piuttosto che di lusso».
Come si stanno organizzando le imprese del comparto?
«La tendenza del mercato, cominciata già prima della pandemia, ha accelerato questa evoluzione sia nelle strutture che nelle competenze dentro le aziende che stanno sforzandosi, sempre di più e con enormi sacrifici, di investire sia nei propri impianti che nella formazione del proprio personale. Tuttavia non c’è ancora la percezione sufficientemente diffusa che lavorare in un calzaturificio significhi appartenere a un mondo glamour, attrattivo e capace di dare grosse soddisfazioni».
Che impatto sta avendo sul settore l’aumento dei costi delle materie prime?
«Fino a oggi l’aumento è stato relativo e ha coinvolto solo parzialmente i componenti della calzatura. Ci aspettiamo però rincari più sostenuti nei prossimi mesi legati al raddoppio del prezzo delle energie che impatterà moltiplicando gli effetti prima sulle aziende che trasformano le materie prime e poi sulle nostre, quelle manifatturiere, dove produciamo il prodotto finito. Mentre i prezzi delle materie prime hanno già impattato sul costo dei macchinari che per noi vanno sotto la voce investimenti dove ci saranno, con ogni probabilità, rallentamenti».
Cosa servirebbe per rimettere del tutto in moto la macchina del settore calzaturiero?
«Tornare alla normalità. I nostri prodotti, le scarpe, si vendono se le persone escono, s’incontrano, socializzano. E la nostra speranza è che, quest’anno, possano riprendere a pieno regime le fiere. Per noi sono la vetrina più importante».
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