Il dolore
Foglie e cortecce per la pelle “naturale”
A Ponte a Egola la concia è vegetale, Remi: «La vera sostenibilità è qui»
Si chiama concia vegetale del pellame. Un’attività con qualche migliaio di anni alle spalle nella storia dell’umanità che affonda le radici addirittura nella preistoria. Si tratta dell’utilizzo dei tannini ricavati dal legno del castagno come dagli alberi di betulla, quebracho, quercia e castagno, ma anche mimosa, noce di Galla, sommacco, per conciare le pelli, che oggi provengono per lo più dagli scarti dell’industria alimentare. Ma non solo, anche da pellame originario. Un processo di conceria che è senz’altro più ecosostenibile rispetto alla conceria con agenti chimici e cromo. «Uno dei primi procedimenti di lavorazione delle pelli conosciuti dall’umanità», spiega Simone Remi, titolare di un’azienda artigiana a Ponte a Egola, comune di San Miniato, che fa la concia vegetale. E proprio qui si trova il “Consorzio della vera pelle italiana conciata al vegetale” che raccoglie tutta una serie di piccole aziende artigiane. Adesso, in tempi in cui l’ecosostenibilità dei processi produttivi significa valore aggiunto sul prodotto finale, le griffe della moda richiedono sempre di più una materia prima lavorata con questo metodo. Un segmento di mercato, certo, ma che si alza in fatturato e richiesta di mano d’opera. Ma come si svolge questo tipo di concia? Lo spiega Remi: «I tannini vegetali possono essere nel tronco, nella corteccia o nelle foglie di determinati alberi e vegetali. Polverizzati i tannini viene fatto un infuso nelle botti e qui vengono messe le pelli. La concia vegetale conta una ventina di processi ed è sicuramente un sistema più lungo di quello al cromo».
Tempi più lunghi, costi maggiori, ma anche il bollino sul prodotto che assieme alla griffe aggiunge valore. La richiesta di pelli conciate così, fuori dalla standardizzazione industriale, ha tutto un altro sapore a partire dagli odori. Le pelli conciate al vegetale emettono sempre l’odore della lavorazione e del cuoio come se diventasse un marchio di fabbrica della sua buona qualità. «C’è senz’altro una richiesta sempre maggiore di questo tipo di pelli pur rimanendo un settore particolare – spiega ancora Simone Remi – Oggi si parla molto di sostenibilità e di ambiente spesso senza neanche sapere di cosa realmente stiamo parlando. La vera sostenibilità dell’impatto ambientale è il consumo dei prodotti che ognuno di noi fa. Questo tipo di prodotti, di pelli, ha un processo di lavorazione sicuramente più sostenibile, ha dei costi maggiori anche se accompagnati da una qualità di lavorazione che rendono gli stessi prodotti molto più duraturi. C’è una qualità più alta, ovviamente». «Nel nostro caso – aggiunge – come Consorzio della concia vegetale abbiamo visto che c’è tanta gente che ci segue e che sceglie questo tipo di manufatti, più costosi è vero, ma con una qualità più alta». E i grandi brand della moda che scelta stanno facendo? «Ormai tutte le grandi firme hanno prodotti che vengono dalla concia vegetale. È un punto a favore per i prodotti dell’alta moda. Il cliente tipo che sceglie queste cose è di cultura medio-alta, che si fa delle domande sul tipo di consumi e sulla filiera produttiva, che si responsabilizza rispetto ai consumi. In questo caso, le persone fanno una scelta chiara; comprano un determinato prodotto e vogliono sapere come è stato lavorato, da dove viene, come e chi lo ha fatto. Poi c’è da dire che la pelle conciata al vegetale in Toscana è fatta qui in Toscana, non da altre parti mettendoci poi il bollino».
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