Lutto
A Prato i big del lusso rimangono alla porta
“Biagioli Modesto” a Prada e Zegna. Ma per ora l’operazione è un unicum
Questo matrimonio non s’ha da fare, almeno per il momento. Al massimo un po’ di corteggiamento da parte di fondi di investimento finanziari, ma non si vedono big del lusso bussare alla porta del distretto tessile pratese per verticalizzare produzioni e allearsi con i fornitori.
L’operazione concretizzatasi nel giugno 2021, quando i gruppi Prada e Zegna acquisirono l’80 per cento dell’azienda di filati nobili Biagioli Modesto (Montale), sembra rimanere un unicum nel distretto. Eppure un po’ dappertutto, complice la pandemia che ha accelerato determinati processi aziendali, le grandi aziende della moda stanno rivedendo la propria catena di approvvigionamento coinvolgendo più da vicino i propri fornitori mediante partecipazioni di capitale. Succede ormai da tempo nel mondo delle calzature e della pelle ma nel tessile pratese ancora questa tendenza non decolla.
«Nel distretto pratese i tempi non sono maturi - spiega l’imprenditore Giovanni Santi della Beste, la più grande azienda del distretto con 160 dipendenti e un ciclo produttivo che va dal tessuto al capo finito -. All’orizzonte si profilano filiere sempre più verticalizzate ma qui vedo un duplice limite: da una parte, manca forse ancora la presa di coscienza da parte del cliente rispetto al prodotto pratese e, dall’altra, bisogna interrogarsi su cosa potrebbero comprare a Prato i grandi marchi». Tradotto: visto che i lanifici a ciclo completo o semicompleto si contano sul palmo della mano perché quasi tutti hanno esternalizzato le fasi della produzione, qui i grandi marchi rischierebbero di acquistare immobili e collezioni già pronte.
Non è la prima volta che Zegna acquisisce diverse lavorazioni a monte della filiera: dopo Biagioli Modesto, il noto marchio del lusso maschile negli ultimi anni ha investito su realtà industriali del Nord Italia come la manifattura Bonotto e Tessitura Ubertino. Rapporti nella filiera della moda sotto la lente d’ingrandimento: un fenomeno che ha più sfaccettature con un denominatore comune che è quello di una maggiore flessibilità nei modelli di produzione.
Da una parte il tentativo di verticalizzazione che vede grandi marchi della moda acquistare i propri fornitori e, dall’altra, operazioni di aggregazione condotte da fondi di investimento per razionalizzare le filiere. Rapporti che cambiano pelle. Ci prova il Lanificio dell’Olivo che agli inizi del 2020 passò sotto l’egida del fondo Ethica Global Investments. La storica azienda produttrice di filati fantasia per maglieria, quartier generale a Capalle (Campi Bisenzio), prova a tessere alleanze con altri produttori.
Non è un mistero che si punti a mettere in piede un polo italiano della filatura con il suggello del fondo Ethica insieme ad altre due aziende collegate al Lanificio dell’Olivo, magari una pratese e un’altra biellese.
Aspettando la nuova edizione di Pitti Filati (2-4 febbraio), la stagione è propizia per le collezioni di fili per maglieria che si sposano con articoli meno formali adatti per un guardaroba "da pandemia" che privilegia meno abiti di lusso per le grandi occasioni.
L’operazione per mettere in piedi un grande polo della filatura d’eccellenza è stata certamente rallentata dalla situazione pandemica, ma negli ultimi mesi i contatti con le realtà più interessanti del comparto filati sono andati avanti: una holding finanziaria che dovrebbe andare in porto entro il 2022.
«Si tratta di un progetto di lungo periodo. La logica è quella di creare un network di filature tendenzialmente complementari - sottolinea Fabio Campana, amministratore delegato del Lanificio dell’Olivo - nell’ottica di aggregazioni orizzontali che diano valore alla filiera e la strutturino con nuove competenze manageriali».
Può essere che una holding finanziaria con lavorazioni simili diventi più interessante agli occhi di un brand nell’ottica di razionalizzare l’industria della moda: di questi tempi serve assicurarsi manodopera specializzata e materie prime in casa nostra. Aggregazioni orizzontali, verticalizzazioni di filiere, lavorazioni internalizzate in nome di quel valore che è da preservare come un gioiello quale il made in Italy.
Per Prada e Zegna l’acquisto della Modesto Biagioli fu a suo tempo un’operazione strategica, per assicurarsi un prodotto del lusso come il filato di cachemire che rappresenta un articolo classico. Se i due marchi partecipano allo sviluppo del prodotto in fase di campionatura, l’azienda del distretto può contare su due clienti-soci molto affidabili.
Non sono scenari che interessano a un nome come Filpucci, altro produttore pratese di eccellenza con 30 milioni di fatturato nel 2020 (l’annus horribilis del lockdown) e un aumento di utile di circa il 272 per cento. Fin dai primi anni Ottanta il fondatore Leandro Gualtieri iniziò a lavorare con stilisti del calibro di Valentino, Armani, Versace, Coveri. Il testimone è stato raccolto dal figlio Federico Gualtieri, che è il presidente di Filpucci e spiega come la peculiarità del filato fantasia (non classico quindi) sia poco congeniale agli interessi dei big del lusso.
«Spesso queste acquisizioni vengono portate avanti da nomi che pesano sul portafoglio clienti dei produttori di filati per il 20-30 per cento. Noi lavoriamo con una miriade di clienti più piccoli e produciamo filati fantasia, per questo non siamo visti come soggetti strategici per il brand. Questo non vuol dire che siamo meno interessanti».
Poi c’è chi un ciclo produttivo interno ce l’ha perché ha verticalizzato tutte le fasi della lavorazione nel suo stabilimento.
Scelta coraggiosa e impegnativa quella del Lanificio Ricceri, una delle poche aziende a ciclo completo con una storia lunga 173 anni. In controtendenza con altri lanifici che nel corso degli anni hanno esternalizzato interi reparti facendo lavorare la filiera, Ricceri ha investito in macchine e personale aprendo negli ultimi tempi il reparto di filatura a pettine e quello di tintura in tops.
«Di certo non siamo in vendita - sottolinea Luigi Ricceri - Abbiamo fatto importanti investimenti in azienda perché crediamo nella nostra storia e nel nostro prodotto».
In questo caso però il brand non interviene nel ciclo di produzione.
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