Attenzione
«Stiamo combattendo caro energia e Covid»
Gli imprenditori Masoni, Boldrini e Volpi dipingono un settore ancora in difficoltà
I livelli pre crisi e pre pandemia (quelli del 2018/2019) sono ancora lontanissimi. C’è una ripresa ma non basta, «stiamo combattendo», sottolinea Fabrizio Masoni della Masoni Industria Conciaria di Santa Croce sull’Arno, una sessantina di dipendenti.
I dati di Irpet (Istituto regionale di programmazione economica), fotografano una situazione che induce il comparto a guardare il 2022 «con cauto ottimismo», per dirla ancora con le parole dell’imprenditore. Nell’ultima parte dello scorso anno le esportazioni (che per il settore toscano della concia valgono il 70%) crescono del 35,5%, ma registrano comunque una flessione del 10,2% rispetto allo stesso trimestre del 2019, quando il coronavirus non si era ancora abbattuto sulle nostre vite e sulla nostra economia. Tra 2021 e 2020 il recupero è stato di 15 punti percentuali. A livello generale, il cuoio si trova a rincorrere i numeri di due anni fa, segnando un -11% come produzione.
«Abbiamo passato due anni molto particolari, ci siamo completamenti fermati con il primo lockdown (tra marzo e aprile 2020, ndr), e da allora abbiamo avuto una ripresa molto lenta, lentissima - dice Massimo Boldrini della conceria La perla azzurra di Santa Croce - con l’estero abbiamo ricominciato a lavorare abbastanza bene, il commercio interno invece è ancora piuttosto scarso». La pandemia ha fatto crollare il giro d’affari delle circa 250 aziende (e 6.000 addetti) che lavorano le pelli nel distretto tra le province di Pisa (Santa Croce, Castelfranco di Sotto, San Miniato, Santa Maria a Monte, Montopoli in Val d’Arno) e Firenze (Fucecchio). Il fatturato è calato di circa un miliardo di euro nel biennio, dai 2,5 del 2019 all’1,5 del 2020, e l’indice si è ridotto ancora lo scorso anno, superando di poco il miliardo di euro. Il coronavirus è stato il fattore scatenante della decelerazione, tutto il resto è conseguenza e ripercussione di un mercato globale che si è fermato. Soprattutto per quanto riguarda l’abbigliamento - il sistema moda, in sostanza - "sfogo" naturale delle pelli e del cuoio lavorati nel distretto conciario toscano. I negozi chiusi, le vendite al minimo e l’assenza di clientela (soprattutto internazionale), hanno azzerato la richiesta di prodotti. Con zero domanda, l’offerta diventa inutile. E adesso (in realtà è una tendenza in atto da tempo) c’è dell’altro, cambiano i termini della crisi non lo scenario che si prefigura. Ovvero boom dei costi dell’energia, delle materie prime, del sistema della logistica e spedizioni, la difficoltà nell’approvvigionamento delle merci. «È aumentato tutto, da parte nostra è una continua lotta per far tornare i conti, perché non è possibile scaricare tutte le nuove spese sul cliente, andremmo fuori mercato - afferma Masoni - l’energia è raddoppiata, le pelli grezze e i prodotti chimici sono aumentati fino al 30% rispetto a due anni fa. E inoltre di queste merci c’è carenza. E così sono lievitati anche i costi del settore dei trasporti. Tutto il nostro sistema ancora soffre».
Aggiunge Boldrini: «I clienti stanno tornando perché piano piano l’impatto della pandemia di Covid sembra affievolirsi. Dall’altro lato, però, dobbiamo scontrarci con i tanti costi in aumento: l’energia, i prodotti grezzi, i trasporti. Forse questa situazione è ancora più grave della pandemia perché non dipende solo dall’emergenza sanitaria e non sappiamo quando avrà un termine. L’Italia, compresa la Toscana, è molto penalizzata rispetto agli altri paesi. E le spese che crescono ricadono sul prezzo che applichiamo ai clienti». Gli imprenditori del comparto sono alle prese con gli stessi problemi. «C’è grande incertezza, facciamo programma settimanali, intravediamo pochi spiragli e prospettive. Ma manteniamo la speranza», ragiona Leonardo Volpi dell’omonima conceria di Ponte a Egola (San Minato), che ha 12 dei 40 dipendenti assenti dal lavoro, fermi per quarantene o isolamenti causa coronavirus. Spiega l’imprenditore: «Da due anni viviamo di alti e bassi, più bassi per la verità. Ancora oggi il mercato asiatico, nostro grande cliente e trasformatore, soffre molto. La grande distribuzione è ferma, i canali di vendita medi non sono ripartiti. Il lussò fa storia a sé, ma rappresenta una minima parte del settore. Proviamo a superare il momento regolando i livelli produttivi in base alla domanda. Poi, però, i committenti vorrebbero il prodotto lavorato nel giro di poco tempo, e noi ci troviamo in difficoltà per i molti assenti dal lavoro per motivi legati al Covid. Ci stiamo barcamenando tra vari fattori».
«Sulle materie prime la situazione è molto complicata - continua Volpi - i prodotti chimici sono introvabili, i costi sono esplosi per quanto riguarda elettricità, gas, pelli grezze. Il problema è che non è esplosa abbastanza la domanda. E non ci resta altro che mantenere un po’ di speranza in una futura ripresa del comparto e dell’economia mondiale, sperando di non cadere».
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