Sicurezza
Qui vive lo spirito di Piero della Francesca: Sansepolcro, la patria di un maestro
Nel Museo civico sono custodite opere meno note ma ugualmente potenti del pittore nato agli inizi del ’400
Il borgo del Santo Sepolcro distende la sua geografia soffice, squadrata, ben levigata, tra la fine della Toscana, verso le radici dell’Appenino, e i dolci, verdissimi colli che preannunciano Perugia e l’Umbria più profonda e spirituale. È la stessa strada che ci porta a Sansepolcro ad avere qualcosa di magico, di nascosto, di antico. È anche il profumo dell’incrocio di terre, di colori e spiritualità diverse. Il profumo della frontiera. Qui i paesaggi senesi, chiusi su se stessi, come piegati gli uni sigli altri, per certi versi, si vedono miracolosamente aprirsi, dipanarsi in un lungo scorrere sereno. Colli leggeri, con piccoli boschi alla cima, si sollevano in brevi infinità, che poi lasciano all’occhio grandi aperture di piani. Sono panorami che ricordano delle scacchiere ondulate e lievemente sollevate, geometrie perfette, solidi platonici, sommità levigate dall’arte e dal tempo. Paesaggi che si vedono chiari, luminosissimi – come diremo più avanti – nelle costruzioni pittoriche di uno dei grandi figli del borgo: Piero della Francesca.
Secondo la leggenda, due pellegrini rientrati da Gerusalemme in Italia intorno al Mille, fondarono in questo territorio un’Abbazia e una comunità monastica dedicata, appunto, al Santo Sepolcro in Gerusalemme. Il borgo è, così, l’abitato che nasce poco fuori dall’Abbazia, che le cronache del tempo vogliono Benedettina. Sansepolcro nasce e si sviluppa – basta guardare la sua mappa – su uno spaccato a scacchiera, simile agli abitati che nascevano lungo i modelli quadrati dei classici accampamenti militari romani. Basta percorrere il borgo entrando da una delle sue porte per coglierne l’ampio respiro, le vie larghe, i palazzi di diversi colori smaltati, che abbandonano i modelli delle città medievali, per aprirsi a spazi più luminosi, concepiti e costruiti per la ricerca del sole, della luce, per fare del sole e della luce dei costruttori di forme e di spazi nuovi.
Come accade agli abitati di frontiera, Sansepolcro darà poi i natali a non pochi di quegli ingegni che costruiranno dei nuovi discorsi e delle nuove creazioni nell’Italia che esce dal Medioevo. Uno di questi grandi ingegni è certo Piero della Francesca, che nasce nel borgo nei primi anni del ’400. Non molte sono le notizie certe che si hanno di lui. Si sa però con precisione che era fin da piccolo egualmente attratto dalla pittura, dall’architettura, dalla matematica, dalla geometria, dagli studi classici e umanistici.
Se si vuole incontrare appieno, e conoscere bene Piero, è proprio qui, nel borgo, che si deve venire. Perché è nel Museo civico di Sansepolcro che si possono ammirare alcune delle sue opere forse meno note, ma incredibilmente potenti. Opere che colpiscono la mente e lo spirito, e che nella mente e nello spirito incidono chiare una loro certa presenza, una loro certa radice. Basti pensare, per esempio, all’incredibile Polittico della Misericordia. Che ci fa vedere la forza con cui Piero prende una forma prestabilita, estremamente tradizionale, e la rovescia, per creare qualcosa di mai visto prima. La forma tradizionale è quella delle piccole strutture in legno modellate sull’immagine di un altare di chiesa, che i fedeli in viaggio portavano con sé per pregare. Oppure forme che commissionavano per poi dedicarle a questa o quella chiesa. Piero la riprende e, al centro, a metà della costruzione delle figure, dipinge una Madonna completamente diversa dalle Madonne viste fino a prima. Una figura in toto rinascimentale, costruita su basi esattamente geometriche e matematiche, con le braccia sollevate, aperte. E con il mantello che si apre a cupola, quasi a voler contenere non solo la cristianità, ma tutte le forme e tutte le culture dell’umana presenza.
A guardar bene, è proprio questo lo spirito di Sansepolcro. Lo spirito che si vede e si respira ancora una volta appena si riprende a camminare lungo le ampie vie dell’abitato. Ma l’altra grande opera di Piero che qui si conserva è una intensa Resurrezione. In essa, il Cristo non è il corpo crocefisso e ancora ferito e sanguinante. È il Cristo vittorioso, dal corpo forte e muscoloso, che esce del Sepolcro con il vessillo del suo magistero ben stretto nel pugno. Dunque, a ben pensarci, è per questo che si giunge alla fine a Sansepolcro. Per farsi raccontare dalle mura, dalle vie, dalle invenzioni pittoriche di Piero una storia diversa, di una diversa presenza dell’uomo nella creazione. Una storia che può aiutarci a imboccare vie diverse, con un’altra forza, con un piglio di diversa profondità.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
