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Un nuovo patto per la sicurezza europea

Piero Fassino

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Mai negli ultimi trent’anni - dalla caduta del muro di Berlino e dalla successiva dissoluzione dell’Unione Sovietica - i rapporti tra Occidente e Russia hanno conosciuto la tensione di questi ultimi mesi. La crisi ucraina è certamente il fronte più visibile, ma il contenzioso ha dimensioni più profonde. La Russia non vuole la Nato sui suoi confini e contesta vigorosamente la prospettiva di un’adesione di Ucraina e Georgia all’Alleanza Atlantica. E questo si salda con la esplicita volontà del Cremlino di ricostruire un’area di influenza su gran parte dei territori che costituivano l’Unione Sovietica. Ne sono testimonianza gli atti compiuti negli anni: il sostegno ai separatisti di Ossetia e Abkhazia in Georgia, l’occupazione militare della Transnistria in Moldavia, il parrinaggio sul Caucaso nel conflitto tra Azerbaijgian e Armenia, il sostegno al regime bielorusso di Lukachenko e in queste settimane l’invio di truppe in Kazakistan. In sostanza Mosca propone il ritorno ad uno schema bipolare, fondato sul riconoscimento di reciproche sfere di influenza. E a sostegno ha proposto un doppio Trattato a Stati Uniti e Nato sui temi degli armamenti e della reciproca sicurezza.

È un impianto che Stati Uniti e Unione europea contestano in radice, ribadendo l’intangibilità territoriale dell’Ucraina e della sua sovranità, incluso il diritto di Kiev di scegliere liberamente alleanze e collocazioni internazionali. Una posizione coerente con i principi sanciti nel ‘75 ad Helsinki - con il concorso di Washington e Mosca - dalla Conferenza sulla sicurezza europea e dalla susseguente Carta di Parigi, per una comune e condivisa responsabilità per la sicurezza del continente.

Due impostazioni di segno opposto che ciascuna parte ha ribadito nella intensa sequenza di incontri dei giorni scorsi: il faccia a faccia a Ginevra tra le delegazioni di Washington e Mosca, il Consiglio NATO-Russia a Bruxelles e infine a Vienna il vertice OSCE. Che da quegli incontri scaturisse un immediato accordo sarebbe stato irrealistico pensarlo. Quel che conta è che sia Washington sia Mosca siano consapevoli che occorre trovare un punto di intesa. Entrambi infatti sanno che un conflitto frontale pregiudicherebbe i loro interessi strategici di carattere globale. Oggi le maggiori preoccupazioni per gli Stati Uniti derivano dall’aggressivo espansionismo cinese e dai gravi rischi di instabilità e conflitti che investono la regione indopacifica. E proprio per questo non è nell’interesse di Washington spingere Mosca a stringersi a Pechino. Peraltro Mosca - che tatticamente enfatizza l’intesa con Pechino - è ben consapevole dei rischi che comporta quell’intesa. Non solo, ma la Russia sa che non può pregiudicare gli intensi legami economici legano l’economia russa all’Europa. Così come una accentuata conflittualità con l’Occidente non sarebbe senza conseguenze per la proiezione russa anche in altri scacchieri, dal Mediterraneo all’Africa ai Balcani.

Insomma, una intesa è necessaria, che tuttavia non potrà essere il ritorno ad un antistorico bipolarismo di un tempo superato, ne’ la semplice riproposizione degli accordi di Helsinki che anch’essi risalgono ad un’altra epoca. Quel che invece serve è un nuovo patto, una Helsinki 2 che ridefinisca principi, regole, strumenti di un sistema di sicurezza adeguato agli scenari europei e internazionali di oggi. Una intesa che - riguardando l’Europa e il suo futuro - non può essere definita a prescindere dall’Unione europea che non può essere passivo destinatario di decisioni altrui, ma rivendicare di essere partecipe del confronto e della ricerca delle soluzioni.

In questo scenario c’è un ruolo per l’Italia, paese saldamente radicato nell’alleanza transatlantica e al tempo stesso da sempre attento alla interlocuzione con Mosca. L’invito che Il governo russo ha indirizzato al Premier Draghi per una sua missione a Mosca è un’opportunità che - in stretto coordinamento con Washington e con gli alleati europei - Roma deve cogliere, per contribuire a superare le attuali contrapposizioni e iniziare a ricostruire una governance multilaterale.

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