Sicurezza
Mps, la morte di David Rossi: il mistero del disco rigido del computer
Le indagini risultano svolte solo su una copia del contenuto dell’hard disk del pc Incongruenze sulle mail spedite dal manager trovato senza vita a marzo 2013
La polizia postale avrebbe avuto accesso al computer di David Rossi non subito dopo la morte del manager di Mps. Avrebbe avuto accesso al portatile del capo delle comunicazioni della banca senese, trovato morto il 6 marzo 2013, solo dopo che il computer è stato riconsegnato alla famiglia. “Alterato”, come si legge nella perizia della polizia postale. Questo è quello che emerge dalle indagini di questa vicenda ancora piena di interrogativi, con indagini svolte non sull’originale hard disk del computer ma su una copia.
Secondo le recenti ricostruzioni, la Polizia postale di Genova effettua a maggio 2020 gli ultimi accertamenti sullo scambio di mail tra David Rossi e Fabrizio Viola ex amministratore delegato della banca senese. La polizia postale effettua questi accertamenti dopo che la procura ligure ha aperto una nuova inchiesta (poi archiviata) su presunti festini per chiarire se i magistrati senesi avessero operato correttamente durante le indagini. Il disco rigido del portatile dell’ex manager di Mps, precipitato dalla finestra del suo ufficio il 6 marzo del 2013, viene consegnato direttamente dalla famiglia Rossi agli investigatori a metà 2019. Ma il suo era un contenuto alterato, ormai compromesso. Almeno questo è quanto emerge dalla relazione della postale in cui si legge che “tutti i dispositivi consegnati sono stati alterati nel loro contenuto dopo la riconsegna alla famiglia di Rossi per cui la loro analisi risente di questa circostanza e ne risulta in alcuni casi viziata”.
È probabilmente racchiusa nelle tempistiche degli accertamenti la verità sullo scambio di mail tra il manager senese e l’ex amministratore delegato di Mps tornata in questi giorni prepotentemente alla ribalta. Sulla data di creazione di quelle mail, la commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di Rossi ha annunciato approfondimenti dopo che nella relazione della polizia postale riemersa in questi giorni, viene segnalata che di quella mail erano state trovate due versioni, con la stessa frase, «ma entrambe hanno data di creazione il 7 marzo 2013» alle ore 11.41, ovvero il giorno dopo la morte di Rossi, mentre «il delivery time è del 4 marzo 2013 alle ore 10.13». Niente di nuovo, di quello scambio di mail si parlava già nell’ordinanza di archiviazione del 2017 firmata dalla gip Roberta Malavasi. E già allora si parlava di incongruenze. «Quanto all’apparente incongruenza tra le mail – si legge nel decreto di archiviazione di allora – una seconda verifica informatica apprestata dal personale tecnico della Polizia postale ha accertato essere questo mero frutto di un malfunzionamento del software di conversione» utilizzato dalla famiglia e «rilevatosi craccato, si ha ragione di ritenere in perfetta buona fede». Inoltre, agli atti, risulta come la mail in cui Rossi chiedeva aiuto e annunciava il suo suicidio fu letta da Lorenza Pieraccini, segretaria dello stesso Viola. «La mail con la richiesta di aiuto l’ho letta alle 12 del 4 marzo ed era stata già letta, l’ho stampata e sono andata di corsa dal mio responsabile, Valentino Fanti, capo della segreteria» ha detto la donna. Ma se gli accertamenti presentano condizioni di “alterazione” e quelle mail furono effettivamente inviate, stampate e lette, a questo la domanda diventa un’altra: perché l’accertamento del 2020 la Polizia postale, lo ha potuto fare solo sulla copia di un disco già tornato nella disponibilità della famiglia Rossi e su cui si era già provato ad accedere, alterandone, in buona fede il contenuto?
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