Lo spettro del voto a distanza
Tra i vari problemi che si pongono in vista della prossima elezione del presidente della Repubblica vi sono quelli conseguenti alla pandemia Covid, che consentono di riflettere su alcuni aspetti poco considerati di tale procedura.
Bisogna ricordare infatti che per eleggere il nuovo capo dello Stato occorrono i voti favorevoli dei due terzi dei componenti il Parlamento in seduta comune (con aggiunta dei delegati regionali) nei primi tre scrutini e della metà più uno dal quarto scrutinio in poi, indipendentemente quindi da quanti sono effettivamente presenti e votanti. Il che rende più difficile raggiungere i numeri richiesti quando gli assenti sono molti: come è evidente, infatti, arrivare a 673 consensi con 1.009 votanti è più facile che arrivarci con 800.
L’eventualità che alcuni o molti degli elettori possano essere contagiati al momento della votazione, o in quarantena oppure ancora provenienti da zone a rischio, ha aperto un dibattito sulle modalità con cui votare: c’è chi ha proposto di allestire più seggi in luoghi diversi; qualcuno ha addirittura avanzato l’idea di far votare ciascuno da casa propria.
Il tema del voto a distanza è stato sollevato fin dagli inizi della pandemia Covid e non solo nel Parlamento italiano: alcuni Paesi, e anche il Parlamento europeo, hanno previsto tale possibilità a vantaggio dei parlamentari impediti a partecipare fisicamente alle sedute. Ma il Parlamento italiano ha, fino ad oggi, negato tale opportunità, soprattutto in forza di un’interpretazione della disposizione costituzionale (contenuta nell’articolo 64 della Costituzione) che fa riferimento ai “presenti”. Da quanto si sa, ora però il presidente della Camera non ha escluso la possibilità di far votare a distanza i deputati in quarantena a fronte dell’emergenza Covid: ipotesi che è ancora allo studio e che certo aprirebbe non facili problemi applicativi.
Al di là della praticabilità e dell’opportunità di tali soluzioni, esse fanno comunque emergere un problema di fondo: il Parlamento in seduta comune, quando si riunisce per eleggere il capo dello Stato, è soltanto un seggio elettorale.
Cioè un luogo in cui non si discute, non ci si confronta, non si parla: contraddicendo il nome stesso “Parlamento”, che appunto significa luogo in cui “si parla”.
Il tema fu oggetto di discussione in passato: già nell’elezione del 1948 Dossetti intervenne per chiedere che fosse respinta una contraria richiesta di Togliatti; nella tornata del 1978 fu il presidente del Parlamento Ingrao a rispondere al gruppo radicale, affermando che quando deve eleggere il presidente della Repubblica il Parlamento ha “l’unica funzione di procedere alla votazione, senza possibilità di promuovere discussioni né deliberazioni di altra natura”.
Perché questo timore di aprire discussioni? Certamente vi sono ragioni istituzionali (la discussione richiederebbe la pubblica presentazione di candidature, con connesso programma politico dei diversi candidati che potrebbe minarne il ruolo super partes), ma ve n’è una più legata al ruolo dei partiti, che costituiscono i veri attori protagonisti della vicenda elettorale in questione.
In sostanza, per l’elezione del capo dello Stato non vi sono procedure definite e neppure, pertanto, candidature formali: sono i partiti che, possibilmente in segreto, si devono mettere d’accordo per trovare soluzioni efficaci. E siccome è evidente che le trattative non si possono fare con i grandi numeri, sono le segreterie dei partiti che si accordano: come fecero, ad esempio, De Gasperi, Togliatti e Nenni quando decisero, loro tre soltanto, di far eleggere De Nicola capo provvisorio dello Stato nel 1946. Ma per questo tipo di elezione l’accordo tra le segreterie non è sufficiente, a differenza di ciò che avviene per la formazione dei governi: perché l’elezione del presidente della Repubblica avviene a scrutinio segreto (mentre la fiducia al governo, come noto, è con voto palese). E il voto segreto di un migliaio di elettori non è facilmente gestibile, neppure da partiti con una forte disciplina interna (figuriamoci da quelli attuali).
Dunque, per avere successo un’operazione elettorale deve sottostare a due condizioni: un accordo tra le segreterie dei partiti e il consenso su di esso dei parlamentari. Più ampio è l’accordo, cioè più partiti coinvolge, più facile è il risultato positivo, anche al fine di neutralizzare gli eventuali franchi tiratori. Per queste ragioni (anche per queste) è meglio non discutere in Parlamento, ma andare diritti al voto. Con il rischio, tuttavia, che di votazioni se ne debbano fare molte: eventualità che, con il Covid in circolazione, non è proprio la migliore possibile.
*ordinario di Diritto costituzionale
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