Sicurezza
Capitol Hill spia di una crisi diplomatica
È trascorso un anno, ma rimangono vive nella memoria del mondo intero le immagini di quella folla scalmanata che sfonda porte e finestre e irrompe baldanzosa e svillaneggiante nelle aule del Congresso degli Stati Uniti.
Un fatto clamoroso e impensabile nella patria della democrazia. E tuttavia quel drammatico assalto non era una improvvisa e isolata fiammata di intolleranza e fanatismo. Da più di un decennio, infatti, assistiamo al restringimento della platea dei paesi democratici e all’estensione di regimi autocratici. Anzi, se nel passato i regimi politici si riassumevano nella bipolarità democrazie/dittature, oggi è venuta affermandosi una terza forma, le “democrazie illiberali”, espressione che in realtà è un ossimoro perché la democrazia è fondata sui valori liberali. E tuttavia questa figura ibrida esiste: si tratta di regimi in cui la architettura democratica – pluralismo politico, istituzioni parlamentari, suffragio universale, libertà di espressione, divisione dei poteri – è formalmente mantenuta, ma in realtà svuotata da una gestione autocratica e autoritaria del potere che consegna a chi governa un controllo insindacabile e invasivo su tutta la vita politica e istituzionale.
È un fenomeno diffuso in ogni continente – e non ne è immune neanche l’Europa – che insidia quella democrazia rappresentativa che, almeno dalla fine della seconda guerra mondiale in poi, ha diffuso in tutto il mondo lo stato di diritto, i diritti umani e civili, le libertà politiche, sociali ed economiche, garantendo in pochi decenni a centinaia di milioni di persone progressi e conquiste di civiltà e benessere che non hanno eguali nel passato.
Nonostante ciò la democrazia rappresentativa oggi vive una fase di crisi indotta da una pluralità di fenomeni. In primo luogo è una crisi provocata dalla divaricazione tra il tempo immediato in cui vive ogni giorno la società e il tempo differito in cui maturano le decisioni politiche e istituzionali (si pensi alla lunghezza dei tempi di approvazione delle leggi) e quando una decisione è troppo lenta si riduce la credibilità del suo decisore.
Una seconda ragione è il mutato spazio in cui maturano le decisioni politiche: se per un lungo tempo ogni fenomeno e ogni decisione maturava e si esauriva nella dimensione nazionale, oggi sulla vita di un Paese incidono le scelte di altri centri di decisioni – le istituzioni internazionali e europee, i centri di direzione economica e finanziaria – su cui i cittadini non hanno alcuna forma di relazione e controllo e non vi si riconoscono.
E infine una terza ragione è l’irruzione di Internet e della comunicazione digitale che, dando voce in modo indifferenziato a qualsiasi opinione senza possibilità di verifica sulla sua attendibilità, relativizza qualsiasi tesi e riduce il credito che i cittadini riconoscono alle istituzioni. La babele di linguaggi e opinioni su Covid che ogni giorno invade i social ne è una sconsolante dimostrazione.
A questo vanno aggiunti poi i sentimenti di esclusione e mancata protezione vissuti dalla parte di opinione pubblica più pesantemente colpita dalle precarietà – di lavoro, di reddito, di qualità della vita, di futuro dei figli – provocate dalla crisi che tra il 2008 e il 2015 ha colpito il mondo e in particolare le società industriali occidentali.
Fenomeni tutti che si sono tradotti in ogni nazione in disincanto e distanziamento, di cui il crescente astensionismo elettorale è manifestazione inoppugnabile.
Ma la crisi si manifesta, sopratutto nei Paesi di più recente acquisizione democratica, anche in un altro fenomeno non meno preoccupante: la tendenza a non riconoscere gli esiti elettorali, contestandone la legittimità e attivando pratiche di boicottaggio del funzionamento delle istituzioni parlamentari e governative. E se il potere è considerato illegittimo ne consegue il rifiuto di ogni sua decisione.
E infine la crisi democratica si traduce in molti Paesi nel disconoscimento di fondamentali diritti umani, civili e politici con conseguente riduzione dello stato di diritto e delle libertà dei cittadini. Non casualmente, dopo l’ubriacatura deregolativa di Trump, il Presidente Biden ha collocato la tutela dei diritti umani tra le priorità della sua agenda.
Detto tutto ciò, sarebbe un errore inescusabile rassegnarsi a considerare la democrazia rappresentativa un fenomeno del secolo scorso, non più adeguata nella società liquida e tecnologica di oggi. Non è così. Al contrario in quei fenomeni di delusione e frustrazione c’è anche una domanda di rinnovamento, innovazione, riforme, partecipazione che è una risorsa preziosa a cui attingere per mettere in campo ineludibili riforme di Parlamento, governo, istituzioni, partiti politici, ricostruendo cosí un rapporto di sintonia e fiducia con i cittadini e mettendo in sicurezza le loro libertà e i loro diritti.
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