Sicurezza
Boschi di castagni e sussurri di poesia: a Marradi sulle tracce di Dino Campana
Un paese incantato in mezzo al verde ricco di storia e di arte antica. E poi i minuscoli borghi nei dintorni...
Se capita di vedere un’ombra veloce scantonare in qualche angolo del centro antico di Marradi, forse nella stessa via Talenti, famosa per il poeta, chissà, è forse proprio l’ombra di Orfeo. Oppure è quella di Regolo Orlandelli? Orlandelli che Campana incontrò nel Nuovo Mondo e che, in qualche modo, dev’essere stato capace di arrivare in paese. L’ombra di Orfeo appena uscito a riemergere alle cime dall’Erebo, abbagliata dal sole. Orfeo che adesso sa quale e come sarà la sua fine, e che cerca di sfuggirgli nascondendosi tra queste pietre, queste mura. L’ombra che cercava di sfuggire anche all’anima più grande nata a Marradi: Dino Campana.
Non sono stati in molti a cercare l’ombra di Orfeo nel secolo più vicino a noi. Uno, ricorderete, è Pavese. Ma il suo Orfeo ha la testa reclinata, consiglia la remissione, racconta che non vale la pena strappare una vita alle ombre, combattere per un respiro ancora, per uno sguardo su una radura assolata ancora. L’altro spirito che cerca Orfeo è Campana. Ma il suo è un Orfeo che corre all’impazzata per questi boschi, è l’Orfeo di Marradi, che conosce e imita tutti i richiami degli spiriti che qui si nascondono. Che si specchia – proprio come lo stesso Campana – nel grande oceano del cielo stellato, a notte. Marradi intera si vede in quel cielo, e lo riguarda dal suo aprirsi discreto.
A riguardarla bene, infatti, la cittadina di Marradi, bianchissima, ambrata di pietre squadrate a mano o di mille colori vivi delle varie facciate delle case, si apre sui suoi monti proprio come una grande castagna spaccata. Come il gran marrone, tipico di queste terre. Il frutto nascosto là in fondo, è il morso della vita, il succo. Come le rose che Dino raccoglieva con l’amata Sibilla. Forse rose selvatiche, sbocciate nel cuore dei castagneti. Allo stesso modo, l’immagine intera di tutto il paese aperto lungo l’incrinatura, è l’immagine dell’origine e del succo dell’esserci. Non è proprio solo per questo, per stringere in mano il gran frutto vivo di uomini, che siamo arrivati fino quassù?
Attraversare a piedi il paese, dopotutto, è riposante. Nell’estate che abbaglia, punteggiata di grilli, o nel modesto inverno, camminare qui intorno invita a risentire dentro di noi, angolo dopo angolo, i modi in cui Campana ha fissato abitati e monti per sempre sulla carta. Ma è solo dall’abitato di Marradi che si possono vedere bene i grandi paesaggi selvatici, i grandi vortici di verde e di pietra che, di notte, danno riparo a tutti i segreti del mondo. Sono gli stessi paesaggi che si vedono nei precisi, dettagliatissimi sfondi azzurro del Maestro di Marradi, che si trovò a dipingere in questo infinito angolo di Toscana alla fine del ’400.
Basta infatti entrare nella Badia del Borgo, costruita ad inizio del ’200 dai benedettini, oppure nella chiesa parrocchiale del paese, per avere davanti, come specchi diversi, alcune opere del Maestro. Come in molte tavole dell’epoca, oltre che i soggetti stessi, è meglio guardare i dettagli della creazione, del tessuto pittorico, per vederne l’intima verità. I soggetti, infatti, questo o quel santo, questo e quel membro della Sacra Famiglia, questo o quel passo della Bibbia, sono costruiti dall’artista secondo i voleri della committenza. Ma in tutto il resto, guardiamo bene, in tutto il resto l’artista è libero. Racconta quello che ha dentro e fuori di sé.
La verità di Marradi è, oltre che nel suo scheletro di paese disteso lungo l’Appenino fra Toscana ed Emilia, nei suoi profondi angoli d’acqua, dove si aprono piccole cascate che ci invitano a dimenticare. A lasciarci andare, a dissolverci nelle cadute, nei flutti, come il tuffatore di Rodi. La Frera, Crespino, ecco angoli che hanno questo potere. E poi, ancora, altra verità nascosta è quella che giace nei profondi boschi di castagni profumati. Dove gli alberi dal fusto imponente e dalle mille dita si piegano sotto la ricchezza dei frutti e sotto le foglie lucide. Di tanto in tanto, altri piccoli borghi di pietra, gettati a manciata di dadi tra il verde, come Campigno, ci afferrano il cuore.
A Marradi il Museo del castagno suggerisce la lontanissima storia di questa pianta segreta. Secondo molte voci, il castagno non sarebbe originario di queste terre, di queste montagne. Forse proviene addirittura dal lontano Caucaso, dal Mar Nero. Il sogno, la forza, l’intenzione di quale popolo, di quale cultura, lo prese dal mondo lontano in cui gli dei avevano voluto questa pianta, per poi farlo ripiantare qui, in queste altezze?
Campana cercava disperatamente ogni fenomeno che fosse in sé sereno. È proprio qui che si trova. © RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
