Finanza
Democrazia e diritti, il Cile volta pagina
«Continuate, sapendo che presto si apriranno le grandi strade dove passa l’uomo libero per costruire una società migliore». Sono le ultime parole pronunciate da Salvador Allende dal Palazzo della Moneda preso d’assalto dai soldati di Pinochet nel settembre 1973. Quarantotto anni dopo “las grandes alamedas” di Santiago e delle altre città cilene si sono aperte e riempite della speranza di milioni di cileni. Ha vinto le elezioni presidenziali il candidato di sinistra Gabriel Boric, un uomo che non solo non era nato quando avvenne il golpe militare, ma che aveva solo tre anni quando i cileni decisero, con un referendum, la fine della dittatura.
Una vittoria che ci riguarda per quel che il Cile ha rappresentato per milioni di democratici di tutto il mondo. Un voto che sancisce definitivamente la conclusione di una lunga e travagliata “transizione” con una scelta di campo netta: il rifiuto di qualsiasi ritorno al buio del passato e la irrinunciabilità della libertà, della democrazia e del diritto.
Il voto infatti non è solo la rivincita della storia, ma indica anche la volontà di aprire una pagina nuova nella politica cilena. Al ballottaggio finale i candidati delle forze politiche storiche – il centrodestra di liberali e conservatori e la “Concertacion” di centrosinistra di democristiani e socialisti – sono arrivati rispettivamente quarti e quinti. La competizione elettorale è stata polarizzata su candidati che, entrambi, hanno chiesto un voto per superare la lunga stagione della transizione, giudicata dagli uni, la destra nostalgica di Pinochet, troppo timida e arrendevole nei confronti dei movimenti giovanili e femministi contro cui avrebbero voluto maggiore repressione; ma anche una transizione troppo timida e lenta per i movimenti democratici e di sinistra che rivendicavano una cesura più netta con le politiche economiche e sociali ereditate dalla dittatura. I due candidati giunti al ballottaggio erano espressione di quella polarità: a destra José Antonio Kast, espressione dei settori della destra estrema, nostalgica di Pinochet e delle sue brutalità; a sinistra Gabriel Boric, rappresentante di una generazione che ha scontato con maggiore durezza le ingiustizie del sistema economico e le promesse non mantenute della globalizzazione. Quella generazione che due anni fa, con un vasto movimento sociale e civico, ha messo sotto accusa l’intera classe dirigente cilena chiedendo e ottenendo l’avvio di un percorso che conduca nuova Costituzione per chiudere definitivamente con il passato. La vittoria di Boric è l’espressione di una grande domanda di radicalità e di svolta che non deve essere interpretata come estremismo ma piuttosto come rigenerazione di una classe politica ormai esausta e priva di slancio.
Il nuovo presidente cileno ha una grande responsabilità. Guardano a lui oltre 600 milioni di latinoamericani che vedono nel Cile il laboratorio politico per realizzare riforme radicali di contrasto alle disuguaglianze senza cedere al populismo e all’autoritarismo. Un Cile che chiede e vuole giustizia senza affidarsi alle velleità populistiche conosciute dal Venezuela.
Boric, candidato della sinistra radicale, ha vinto allargando i consensi all’elettorato dei partiti di centro sinistra e convincendo anche settori moderati di società che hanno giudicato la sua proposta più convincente e credibile di quella nostalgica di José Antonio Kast. Emblematico che l’affluenza al voto al secondo turno sia stata maggiore che al primo. Ed è significativo che alla polarizzazione elettorale non sia seguita delegittimazione: Kast ha riconosciuto la vittoria di Boris il quale a sua volta ha espresso ringraziamento allo sfidante sconfitto, segno di maturità politica e istituzionale che sarà risorsa preziosa per Boric che dovrà condurre il Cile a una nuova Costituzione e a una stagione di riforme capaci di restituire ai cileni fiducia e speranza.
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