Il Tirreno

Toscana

Muri e filo spinato: don Armando e gli auguri a chi si indigna. Così il presepe a Ponsacco

Paola Silvi
Don Armando e il suo presepe, urlo all'indifferenza
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Don Armando e il suo presepe, urlo all'indifferenza

Immagini scomode di campi profughi. Rimandi taglienti ai muri di filo spinato della Bielorussia, del Marocco, della Croazia in cui i bambini restano imprigionati mentre tentano di salvarsi

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Hanno tute mimetiche e indumenti logori. Non sono nella grotta di Betlemme ma avvolti da filo spinato. Gesù Bambino, la Madonna e San Giuseppe sono migranti, minacciati da reticoli di ferro rugginoso e barriere di paura.

Si chiama “Le radici cristiane dell’Europa” l’interpretazione della Natività realizzata da don Armando Zappolini, parroco di Ponsacco con l’aiuto di don Luca Carloni e i giovani di Talea e Caritas Young, due associazioni del territorio.

Immagini scomode di campi profughi. Rimandi taglienti ai muri di filo spinato della Bielorussia, del Marocco, della Croazia in cui i bambini restano imprigionati mentre tentano di salvarsi. Dopo due anni di silenzio don Armando torna a sconvolgere tutti, come sua abitudine. Stavolta il bambinello non nasce in una Fiat per esprimere vicinanza agli operai del Lingotto come nel 2002 o tra i rifiuti all’interno di un cassonetto per sensibilizzare contro lo smantellamento di un campo rom come nel 2018. Oggi la sveglia è per le coscienza addormentate dall’egoismo. Per chi crea trincee di superiorità e divide le persone in base all’etnia e al colore della pelle. «L’Europa è collegata alla religione cristiana e da sempre difende la cristianità. Ma davanti al fenomeno delle migrazioni molti salvaguardano i “sacri confini” della patria e della propria cultura», spiega il prete di strada. «Il nostro tempo ha visto sorgere steccati di filo spinato e cattiveria che attraversano i confini degli stati e le strade dei nostri paesi. Si preferisce alimentare le chiusure piuttosto che rafforzare il faticoso cammino dell’integrazione. Il problema nasce quando tutto questo si afferma in difesa dei presupposti cristiani».Ecco allora l’idea choc del presepe. Un urlo contro l’indifferenza. Contro un principio di razzismo nascosto e velato. «La nostra fede – continua – non è aggredita dall’esterno ma dall’ipocrisia di tanti cristiani che ne tradiscono il cuore. Dall’atteggiamento di chi si batte per fare il presepe e non si indigna per i bambini avvolti dai fili spinati ai confini della Bielorussia, dell’isola di Lesbo o a Lampedusa, per chi si sente aggredito nei propri valori dal velo di una donna musulmana o non si sente spezzare il cuore mentre vede ragazze violentate e piccoli sfruttati».Le foto dei campi profughi a fianco della Natività rinforzano il messaggio. Catturano, come magneti, lo sguardo. Enfatizzano l’assurdità alla base delle tragedie. «Vogliamo pensare a Gesù Bambino impaurito, infreddolito, affamato. I suoi occhi non hanno più lacrime, come quelli della maggior parte dei migranti che arrivano in Italia, nostri fratelli nella fede».

Il paradosso è evidente. La lontananza dai valori del Vangelo anche. «Cerchiamo le vere radici cristiane dell’Europa non nei simboli e nelle tradizioni ma nella solidarietà». La lanterna verde, richiamo a quelle accese dalle famiglie polacche che vogliono indicare una casa accogliente a chi è riuscito a superare il filo spinato, brilla a due passi dalla Madonna. «Le nostre radici – conclude don Armando – sono come quelle luci. Sono nelle parole di Gesù, negli atti di solidarietà, nell’impegno di una chiesa che esce sulle strade, si sporca fra la gente, nella quotidianità, nella povertà e nelle difficoltà. Auguro allora a tutti un buon Natale di rabbia, fervore e sogno».


 

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