Il 30 novembre 1786 Pietro Leopoldo Asburgo Lorena abolì in Toscana la tortura e la pena di morte: fu il primo stato al mondo a farlo. Da toscano acquisito ne sono orgoglioso, percepisco l’eredità di un atto di grande visione e coraggio oltre che di civiltà.
Nel 1902 Guglielmo Marconi decise di costruire in Italia la stazione radiotelegrafica più potente del mondo, con l’intento di effettuare collegamenti con le Americhe e con le colonie italiane in Africa Orientale. Scelse Coltano, tra Pisa e Livorno. «Al momento della sua entrata in servizio, nel 1911, oltre a essere la prima in Italia – scrive Filippo Giannetti – venne salutata dal New York Times come la più potente al mondo, riuscendo a coprire con il proprio segnale circa un sesto della superficie terrestre».
Nel 1954 Enrico Fermi scrisse una lettera al Rettore dell’Università di Pisa caldeggiando la costruzione del primo calcolatore elettronico italiano: «Costituirebbe un mezzo di ricerca di cui si avvantaggerebbero in ogni modo, oggi quasi inestimabile, tutte le scienze e tutti gli indirizzi di ricerca». Nel 1961 nasceva la Calcolatrice Elettronica Pisana, 3. 500 tubi elettronici, 2. 000 transistor e 12. 000 diodi al germanio. Giovan Battista Gerace ideò per le unità di controllo del calcolatore un’originale tecnica di microprogrammazione che ha poi influenzato l’architettura dei nascenti microprocessori.
Il 30 aprile 1986 Stefano Trumpy, Luciano Lenzini e Antonio Blasco Bonito crearono il primo nodo internet in Italia al Cnuce di Pisa. Nessuno poteva immaginare cosa sarebbe successo di lì a 15 anni. Perché per essere eredi di una storia, qualcuno deve essere stato il primo. Deve aver avuto la forza di fare qualcosa che “cosa la fai a fare?”, che “perché nessuno lo fa?”, con tutti i rischi che questo comporta. Coraggio e innovazione sono inscindibili, spesso conditi anche da un pizzico di incoscienza.
Su queste innovazioni abbiamo costruito un posizionamento che ha prodotto 60 anni di centralità rispetto all’informatica: centri di ricerca, industrie Ict, startup.
Oggi siamo di nuovo di fronte a sfide enormi e abbiamo la percezione della necessità urgente di affrontarle. Probabilmente questo processo è stato accelerato dalla pandemia e abbiamo interiorizzato che alcuni scenari non sono solo da film di fantascienza. Per qualche anno abbiamo parlato di “sostenibilità ambientale”, un modo rassicurante per dire che se non ci diamo una svegliata tra meno di 100 anni la terra sarà inabitabile. Oggi sappiamo che non possiamo più procrastinare.
Parlavamo di innovazione, di digitale, come se fossero cose carine da avere, ma non imprescindibili per lo sviluppo della nostra economia e società. Oggi tutto è digital transformation.
L’economista americano Tyler Cowen ha scritto qualche anno fa “La classe compiaciuta – Come abbiamo smesso di innovare e perché ce ne pentiremo”. Ecco, compiaciuti, lo siamo stati per anni. Certi di poter vivere di rendita, convinti di avere tutto il tempo del mondo.
Persi in un relativo benessere, nella forma, nella burocrazia, nell’ipertrofia normativa. In un paese che non incentiva a “provarci” e che ha spesso scollegato le retribuzioni dalle competenze, che ha uno dei peggiori rapporti tra investimenti in ricerca e Pil, che non è capace di valorizzare e trattenere i migliori cervelli.
Potrà essere la Toscana il luogo dove sperimentare modelli di micro-generazione da fonti rinnovabili, reti intelligenti di distribuzione, idrogeno e sistemi di accumulo? Possiamo lavorare alla frontiera del quantum computing come quando realizzammo il primo computer italiano? Possiamo spingere sull’utilizzo pubblico dell’internet delle cose per avere le città più intelligenti e full digital, a partire dai servizi?Possiamo utilizzare i nostri migliori cervelli per analizzare modelli per lo studio delle malattie mettendo a disposizione della comunità scientifica i più dettagliati set di dati, sistemi di intelligenza artificiale e analytics sui quali siamo leader a livello accademico?
Possiamo unire le nostre competenze su digitale, nanotecnologie, robotica per aprire alle sperimentazioni su rilevamento precoce delle patologie, microfabbricazione di vettori biomedicali, lotta biologica contro l’antibiotico-resistenza delle nostre migliori startup?
Possiamo promuovere policy pubbliche che permettano alle nostre aziende innovative di misurarsi nell’innovazione della sanità, nella digitalizzazione della pubblica amministrazione, nel monitoraggio ambientale?
Possiamo far incontrare digitale e Made in Italy per far nascere qui le startup del futuro su moda, cibo, turismo, benessere?
Il Pnrr è un’occasione unica e irripetibile. Non sprechiamo questa opportunità con piccoli interventi scollegati senza un’anima, una visione, quando possiamo invece caratterizzarci come il luogo dove si fa innovazione grazie a centinaia di anni di cultura alle spalle.
Sì, ci vorranno capitali da investire. Certo, ci sarà bisogno di reti più efficienti di trasferimento tecnologico. E dovremo mettere in campo un enorme investimento formativo per la costruzione di una filiera di competenze adeguate alla sfida.
Ci vorranno infrastrutture fisiche (strade e ferrovie non più procrastinabili tra centro e costa, tra nord e sud) e digitali (abbiamo toccato con mano in questi anni cosa voglia dire non avere banda larga e servizi pubblici dematerializzati), per una Toscana policentrica che preservi e valorizzi la ricchezza della diversità dei suoi territori.
Ma, prima di tutto, ci vorrà la voglia di osare, non essendo compiaciuti. Abbiamo la rara occasione oggi di pensare cosa vorremmo essere tra 10 anni. Di avere non solo le risorse economiche, ma anche la percezione collettiva della necessità di farlo.
Creare il terreno fertile perché i più bravi (e abbiamo probabilmente i migliori scienziati e tecnologi d’Italia) restino qui a sperimentare le loro innovazioni, magari fondando una startup, e altri vengano attratti dalla “regione laboratorio”. Perché qui troveranno non solo la cultura, la qualità della vita, le colline toscane da cartolina, ma anche le migliori università italiane e centri di ricerca, una rete di parchi tecnologici e startup, una pubblica amministrazione che lancia sfide per commesse innovative e sburocratizza le sperimentazioni, la regione simbolo del Made in Italy che offre enormi opportunità di trasformazione digitale a chi vorrà inventare le nuove startup legate alle eccellenze che ci caratterizzano nel mondo.
E troveranno, soprattutto, un territorio che si racconta e agisce per accogliere chi vuole sfidare l’esistente e guardare al futuro. Insomma il coraggio di essere i primi, dal 1786.
* presidente polo tecnologico di Navacchio
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