Finanza
L’ultimo sogno di un uomo giusto
Quel giorno in cui ripercorremmo la sua fuga. Voleva vedere l’ostello finito
H o pianto, ieri, quando mi hanno detto che era morto. Ho pianto perché sono più emotiva di un neonato, è vero.
Ma anche perché, per me, Enrico Pieri era a tutti gli effetti un nonno “facente funzione”. A lui, per anni, ho fatto tutte le domande che, per la pigrizia o la superficialità della mia adolescenza, non avevo mai fatto ai miei, di nonni. Gli facevo sempre le stesse domande, tanto poi lui rispondeva quello che voleva. «La mia storia già la conosci», mi diceva. E allora si finiva a parlare delle sue iniziative nelle scuole e di politica. Ce l’aveva con tutti: destra, sinistra, centro. Vedeva la storia ripetersi e si avviliva per questo.
Una delle ultime volte che ci eravamo visti, mi confessò che iniziava a essere insofferente alle «sfilate dei politici a Sant’Anna», riferendosi alle cerimonie organizzate per gli anniversari. E non perché non le ritenesse importanti. Anzi: credeva che fossero indispensabili. Ci credeva come nessun altro. Ma non vedeva il cambiamento. «Mancano i fatti, mia cara», mi diceva. Vedeva svastiche negli stadi, migranti «lasciati morire in mare» e l’ostello della gioventù, il suo sogno e cruccio, che non prendeva le ali. E si arrabbiava. Quella volta mi disse anche che non avrebbe firmato la proposta di legge contro la propaganda fascista, promossa dal sindaco di Stazzema, pur condividendone appieno i contenuti, per protesta: voleva l’ostello e punto. Pieri era così: un uomo di istituzioni ma pragmatico.
Nell’aprile del 2019, gli chiesi di vedere una cosa che, nonostante fossi a lavorare nella redazione de Il Tirreno di Viareggio da due anni e nonostante fossi salita a Sant’Anna non so quante volte, ancora non avevo visto: la casa dove era nato, dove la sua famiglia era stata massacrata dai nazisti e che lui aveva appena donato al Comune per farci l’ostello. Lui, 85 anni e una gamba dolorante, arrivò da Pietrasanta con un’Ape. Mentre mi raccontava quanto accaduto il 12 agosto del 1944, caricava dentro tronchi più grossi di lui. Provai ad aiutarlo ma mi gridò di non toccare niente. «Ti fai male», mi disse. Io. Poi mi fece salire e mi portò a fare lo stesso giro che lui, 75 anni prima, aveva fatto a corsa per scappare dai nazisti. Andava forse a 20 chilometri all’ora, ma percepiti erano 200. Faceva le curve senza guardare la strada per indicarmi i vari punti della fuga. Sudavo freddo. Pensavo che saremmo finiti cappottati giù delle Apuane. Si fermò vicino all’Ossario e mi raccontò un pezzo di storia che mi mancava. Era lì, dove una volta c’era del grano, che lui si fermò dopo essere fuggito dalla casa degli orrori, e dopo ore, iniziò a piangere. «Mi ero accorto di essere rimasto solo al mondo». Solo al mondo. Come ha fatto a diventare l’uomo che è, dopo essere rimasto solo al mondo a dieci anni?, mi chiesi. Io, probabilmente, ragionavo, sarei diventata una criminale. E invece lui eccolo lì, integerrimo, ancora a lottare per un mondo migliore con i suoi 85 anni. «Ora ho un ultimo sogno – disse –: vedere l’ostello finito». Mi dispiace che tu te ne sia andato prima, ma, come te, voglio credere in un mondo migliore e che l’ostello verrà realizzato in tuo ricordo.
Melania Carnevali
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