Il dolore
Un mondo senza bombe e senza guerre
L’Italia dice no alla produzione di mine antiuomo. Con voto unanime, lo scorso 2 dicembre, la Camera dei deputati ha approvato definitivamente la legge n. 1813 che dispone “misure per contrastare il finanziamento delle imprese produttrici di mine anti-persona, di munizioni e sub munizioni a grappolo”. L’Italia accoglie così per prima l’appello lanciato dalla pluriennale campagna di sensibilizzazione promossa da Ong e associazioni, tra cui Emergency e Rete italiana pace e eisarmo.
Un passo in avanti che, dopo la legge già operativa da anni di messa al bando dell’utilizzo delle mine, vieta qualsiasi forma di finanziamento diretto o indiretto a imprese italiane che producano mine in Italia o all’estero.
Secondo i dati a disposizione nel solo 2019 le vittime di mine o residuati bellici esplosivi sono oltre 5.000. Tra i Paesi più colpiti Afghanistan, Colombia, India, Libia, Myanmar e Pakistan. E un vasto utilizzo di quei devastanti ordigni si è avuto un anno fa nel conflitto tra Azerbaijan e Armenia, al cui armistizio non è seguita la consegna delle mappe con la localizzazione delle mine, causando così ogni giorno nuove vittime inermi.
La scelta operata dal Parlamento italiano ha un grande valore esemplare che sollecita la ripresa di una stagione di iniziative per il disarmo – sia di armi convenzionali, sia di armamenti nucleari – che negli ultimi anni ha invece conosciuto una pericolosa battuta di arresto.
Dopo che negli anni ’50 lo scontro politico ideologico tra Occidente e campo comunista aveva spinto Stati Uniti e Unione Sovietica in una corsa sempre più intensa verso armamenti nucleari, l’avvento a partire dagli anni ’70 del disgelo e della coesistenza pacifica tra le potenze nucleari si era tradotta in una stagione di accordi internazionali per la riduzione sia degli arsenali convenzionali, sia degli armamenti nucleari. Vennero così via via sottoscritti accordi ragionali di denuclearizzazione e accordi di scala globale, il più importante dei quali è il Trattato sulla non proliferazione nucleare (Tnpn) entrato in vigore nel 1970.
Un accordo a cui hanno aderito i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza – tutti dotati di armi nucleari – ma non tre Paesi che pure dispongono di armamento nucleare (India, Pakistan, Corea del Nord), né Israele il cui arsenale nucleare è “non dichiarato”. Un trattato che conoscerà tra qualche settimana la decima conferenza periodica di verifica sullo stato di attuazione. Tuttavia negli ultimi anni il clima di sicurezza internazionale si è deteriorato e la comunità internazionale sembra oggi credere assai meno nel disarmo.
Il manifestarsi di conflitti in molte aree del pianeta, l’ambizione di potenza di nazioni emergenti, la relativa facilità di accesso alle tecnologie nucleari, l’indebolimento delle istituzioni internazionali e della concertazione multilaterale: tutto ciò ha riaperto una corsa agli armamenti che sarebbe miope sottovalutare. Nel 2019 gli Stati Uniti si sono ritirati dal trattato Inf sui missili nucleari a medio raggio, figlio degli accordi sottoscritti da Gorbaciov e Reagan nel 1987.
E nel 2020 Washington si è ritirata anche dal trattato Open sky (Cieli aperti) volto a garantire la trasparenza sulle attività militari attraverso l’osservazione aerea.
Analogamente la Russia ha ripreso robusti programmi di riarmo, mettendo in mora gli accordi di riduzione degli arsenali sottoscritti nei decenni scorsi. Ma altri attori si sono mossi nella stessa direzione.
L’Iran persegue da anni l’obiettivo di disporre di armi nucleari.
Il Regno Unito ha recentemente deciso di aumentare il numero di testate nucleari sui suoi sottomarini. La Cina non esita a esibire la sua potenza militare per rafforzare l’egemonia in Asia e nelle aree della sua proiezione globale.
E peraltro le strategie di sicurezza conoscono nuovi profili – le guerre ibride, la cybersecurity, il controllo militare dello spazio – che sollecitano forti investimenti negli armamenti.
La stagione del multilateralismo, di una governance concertata del mondo e del primato del diritto internazionale, sta cedendo sempre più alle dinamiche del multi polarismo, in cui ogni nazione persegue proprie strategie di sicurezza affidandosi più ai dispositivi militari che alla concertazione politica.
L’uso della forza militare sempre di meno è strumento per fermare conflitti, come le operazioni di polizia internazionale o di responsability to protect promosse dalle Nazioni unite o su sua autorizzazione, cedendo invece il passo ad un riarmo che ripercorre vecchi sentieri di potenza nazionale. E conosciamo il carattere fortemente destabilizzante di questi processi.
È dunque urgente riprendere una iniziativa che fermi la corsa al riarmo e promuova la riduzione degli arsenali bellici. Se è certamente un passo utile che i Paesi che dispongono di testate nucleari aderiscano al principio del “non primo colpo” – con cui ogni potenza si impegna a usare l’arma nucleare solo come risposta ad un attacco di pari intensità – tuttavia quell’impegno non mette il mondo al riparo dai rischi devastanti delle armi nucleari.
Il vero strumento che cambierebbe radicalmente lo scenario sarebbe l’adesione dei Paesi nucleari al Trattato per l’abolizione delle armi nucleari (Tpnw) in vigore da febbraio di quest’anno e sottoscritto da un primo nucleo di 60 Paesi, ma non ancora dalle nazioni che dispongono di armamento nucleare.
Obiettivo ambizioso e di non breve periodo che per essere realizzato richiede un clima di fiducia e di condivisione che va costruito. E tuttavia far crescere un movimento che solleciti tutte le nazioni ad aderirvi è una stringente necessità.
L’Unione europea, il più importante motore del multilateralismo di cui disponga la comunità internazionale, può e deve svolgere un ruolo di primo piano in questo impegno di pace e di civiltà. E vi contribuisca l’Italia, forte del suo attivo impegno per sedare i conflitti e far prevalere la ragione sulla forza.
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