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Roma e parigi insieme nel mondo

Piero Fassino
Roma e parigi insieme nel mondo

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La storia ci insegna che i trattati internazionali possono essere "pezzi di carta", e quindi stracciati alla prima occasione, ma possono anche essere quelle pietre, le testate d’angolo, su cui edificare la convivenza tra popoli e nazioni.

Possono durare il tempo di una stagione, ma possono attraversare più di una generazione.

Il Trattato del Quirinale firmato venerdì mattina tra Macron e Draghi - sotto lo sguardo commosso del Presidente Mattarella - vuole essere un’intesa strategica della seconda specie. Non una Dichiarazione di principi o una Carta d’intenti, ma un corposo testo, articolato in 12 ampi capitoli che impegnano i due Paesi a operare insieme per obiettivi strategici: un’Unione Europea della crescita, del lavoro e della socialità; stabilità e sicurezza in un Mediterraneo percorso oggi da crisi e conflitti; sicurezza e difesa europee complementare alla Nato; neutralità climatica e transizione alla Green economy; regole trasparenti ed eque per scambi commerciali e mercati aperti a ogni Paese; multilateralismo ispirato ai valori della democrazia e dei diritti; una società della conoscenza, della formazione e della ricerca, cogliendo le mille opportunità offerte dalla digitalizzazione e dall’intelligenza artificiale.

Un Trattato che corrisponde al carattere strutturale del rapporto tra Roma e Parigi.

Nei secoli la storia dei due Paesi ha conosciuto permanenti intrecci - la comune civilizzazione latina, il Rinascimento, i tricolori, le rivoluzioni liberali - e vale la pena di ricordare che l’articolo11 della nostra Costituzione fu redatto tenendo presente un passaggio chiave della Costituzione d’Oltralpe: "La Repubblica francese, fedele alle sue tradizioni, si conforma alle regole del diritto pubblico internazionale. Essa non intraprenderà nessuna guerra in vista di conquiste, e non impiegherà mai le sue forze contro la libertà di alcun popolo". Ma oltre alla storia, è l’attualità a dirci quanto i due Paesi siano legati da interessi comuni. La Francia è il secondo nostro mercato di esportazioni e l’Italia è il terzo per la Francia.

Operano sul mercato francese un numero di imprese italiane analogo alla quantità di aziende francesi presenti in Italia. E la diversità dei sistemi industriali - la Francia ricca di grandi conglomerati, l’Italia con forte e diffusa media e piccola impresa - non ha impedito integrazioni come Luxottica-Essilor, Stellantis e nella moda. Senza dimenticare che Italia e Francia godono di due forti sistemi agricoli e sul fronte turistico le due nazioni sono reciprocamente la metà prioritaria di italiani e francesi. E infine il patrimonio culturale dei due Paesi rappresenta un’eccellenza mondiale con forti e radicate interazioni.

Sul piano politico poi, Roma e Parigi sono fondatori dell’Ue, membri di G7, G20 e Nato, entrambe con forte proiezione mediterranea, tra i maggiori contributori finanziari e operativi delle Nazioni Unite.

Naturalmente sappiamo che le relazioni franco-italiane hanno anche conosciuto momenti di difficoltà e di divergenza, peraltro del tutto possibili tra Paesi che, agendo nello stesso scacchiere geopolitico, perseguono obiettivi che possono sovrapporsi e divergere. E se l’intesa tra Schumann e De Gasperi consentí all’Italia di essere tra i fondatori dell’integrazione europea, la crisi della Quarta Repubblica francese allentò le relazioni e assai più freddo fu l’atteggiamento di De Gaulle verso Roma.

Le cose andarono meglio con Giscard d’ Estaing che volle l’Italia al vertice G5 di Rambouillet, antesignano dell’odierno G7, ma i partiti e le leadership politiche continuano a percepirsi distanti, anche per le differenti geografie partitiche. Mitterrand amava l’Italia, ma più che Pertini e Craxi, il suo interlocutore preferito fu Enrico Berlinguer che tuttavia era il capo del maggiore partito di opposizione. E differenze si sono manifestare anche durante la presidenza Chirac - che pure era amico dell’Italia - come nella guerra in Iraq che vide Roma, Londra e Madrid su un fronte e Parigi e Berlino sull’altro. Così colpirono le ironie di Sarkozy verso Berlusconi e la tempesta diplomatica in occasione delle manifestazioni dei gilets jaunes. Episodi suscitati da reciproci pregiudizi: la sufficienza con cui spesso in Francia si guarda al nostro Paese (ah les italiens!) e il fastidio con cui da parte italiana spesso si guarda alla Francia rimproverandole la sua "grandeur".

Sentimento peraltro naturale per una nazione che ha mille anni di storia unitaria, ha dato all’umanità il secolo dei lumi e la Rivoluzione francese, ha una storia imperiale e ed è stata il luogo di ogni modernità e libertà.

Ecco, il Trattato del Quirinale è pensato per porre fine a malintesi e pregiudizi, dando alle relazioni una struttura permanente, frutto della consapevolezza che agire insieme consente a entrambi di pesare e incidere, mentre l’azione solitaria di ognuno riduce le possibilità a entrambi. Lo dimostra bene il dossier libico che ha conosciuto una svolta quando Roma e Parigi hanno parlato la stessa lingua.

Un Trattato, infine, che corrisponde non solo a un interesse bilaterale, ma anche a un interesse dell’Unione europea, chiamata ad assumere decisioni strategiche per il proprio futuro: quale Patto di stabilità per sostenere la crescita; se Generation EU debba essere rinnovato; quale politica migratoria per andare oltre Dublino; quale politica europea di difesa e sicurezza; quali relazioni con grandi players dell’economia globale, come Cina e Russia.

Scelte su cui realizzare un’intesa forte con la Berlino, primo partner di Parigi e Roma, per rilanciare una "terza stagione" dell’integrazione europea, dopo l’Europa dei padri fondatori e l’Europa dell’euro. Un obiettivo a cui Italia e Francia - forti dell’autorevolezza di Emmanuel Macron e Mario Draghi - possono dare un contributo decisivo insieme.

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