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La rivoluzione è un piatto di grilli fritti

Cristiano Meoni
La rivoluzione è un piatto di grilli fritti

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Niente è paragonabile a una fiorentina mangiata vicino a un camino che lampeggia e un calice di vino ad accompagnarla. Ricordo però una frittura di grilli assaggiata a latitudini esotiche che non era malaccio. Dicono che anche le cavallette sono buone, del resto due miliardi di persone nel mondo si cibano di insetti e sopravvivono.

 Dio ce ne scampi, ma se dovessimo averne bisogno il pane si può fare anche con le farine di insetti, per giunta ad alto valore proteico: prima di morire di fame, tutto. Si scherza, ma anche no: perché uno dei temi della sostenibilità ambientale affrontati dalle Grandi Potenze è la necessità di una rivoluzione alimentare, senza la quale il mondo è destinato a soccombere sotto il tallone delle sue due attività più inquinanti: non le acciaierie, né le raffinerie, ma l’allevamento e l’agricoltura intensiva. Abbiamo bisogno di un “new deal” del cibo per due ordini di motivi, correlati fra loro: la crescita demografica, con 10 miliardi di bocche da sfamare entro il 2050, e l’ingresso di nuovi popoli alla tavola imbandita di piatti dall’alto costo ambientale: il consumo di carne, uova e latticini sta esplodendo in Cina, India e Sudamerica, con conseguente produzione di nuove emissioni di CO2 che andranno a peggiorare la qualità dell’atmosfera.

«La sostenibilità agroalimentare ci impone di affrontare urgentemente tre grandi sfide: ridimensionare i consumi di carne favorendo l'impiego di proteine alternative, ridurre gli sprechi, investire in tecnologie per aumentare la produttività agricola» dice Luigi Consiglio, presidente di Gea e fra i massimi esperti mondiali di food, intervistato da “Affari e Finanza”.

Una sfida epocale in cui il food italiano parte avvantaggiato. Nel 2021 la filiera del cibo «è diventata la prima ricchezza dell'Italia con un valore di 575 miliardi di euro e un aumento del fatturato del 7% nonostante le difficoltà legate alla pandemia» spiega la Coldiretti. Ma è il suo carattere innovativo l’elemento più convincente, perché l’industria agroalimentare italiana ha dalla sua materie prime ineguagliabili, un primato nell’agricoltura di precisione e nei robot di trasformazione degli alimenti, oltre alla riconosciuta e pionieristica eccellenza nel biologico. E’ un gioiello che giocando bene i propri talenti può diventare leader mondiale.

Personalmente, non scambierei uno spaghetto alle cicale con un’insalata di vagamente somiglianti locuste. Ma anche patate, mais e pomodori, dopo che furono importati dalle Americhe, ebbero bisogno di tempo per essere accettati e apprezzati dalle popolazioni europee.

Chissà se alghe e scarafaggi edibili potranno essere la risposta alla domanda di futuro sostenibile che ci interroga, ma non è cacciando la testa sotto la sabbia che si possono eludere temi fondamentali: il food italiano deve prendere coscienza della propria forza green che ne fa già adesso il meno impattante nel mondo. Bistecche ok, ma anche altro. La rivoluzione è un piatto di grilli fritti, ed è già arrivata.

p.s.

Dopo l’ok al verme della farina gialla l’Autorità Europea per la sicurezza alimentare ha sdoganato anche le locuste. Ci aspettano tempi biblici.

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