Sicurezza
Con i muri un'Europa senza futuro
L’atroce morte per assideramento del bambino siriano di un anno, dopo un mese e mezzo di stenti tra Polonia e Bielorussia, ricorda la tragedia di Aylan Kurdi, il bimbo il cui corpo fu sospinto dal mare sulle spiagge turche nel 2015.
Allora un’emozione fortissima in tutta Europa spinse Unione europea e Turchia a un accordo per garantire assistenza a oltre 3 milioni di rifugiati siriani.
Oggi, le sofferenze che si consumano sui confini orientali dell’Europa dovrebbero finalmente convincere l’Unione europea della necessità urgente di una comune assunzione di responsabilità nel gestire il fenomeno migratorio e le connesse implicazioni geopolitiche.
Le regole europee per l’immigrazione sono state pensate e realizzate per un mondo di un altro tempo. Il Regolamento di Dublino disciplina le richieste di asilo come fatti individuali, mentre oggi dobbiamo gestire flussi migratori di massa e generalizzati. Di fronte a fenomeni che hanno portata globale i singoli Stati si sentono fragili e vulnerabili. E si arroccano in un atteggiamento difensivo di chiusura. Scelta miope e velleitaria che non riduce i flussi in arrivo e espone a disumane sofferenze povera gente che fugge da guerre, miseria e fame. Abbiamo fatto l’Unione europea per l’obiettivo opposto: per stare tutti insieme in una casa più grande, solida e stabile capace di proteggerci e di accogliere chi cerca dignità di vita. Certo non abbiamo fatto l’Europa perché si costruisse un muro lungo le nostre frontiere.
Eppure tra meno di un mese cominceranno i lavori per la costruzione di un muro di filo spinato e cemento al confine tra Polonia e Bielorussia. Settemila profughi siriani e iracheni equiparati a un esercito invasore, quasi fossero i turchi all’assedio di Vienna. Quella gente inerme non vuole occupare Varsavia, ma entrare in Europa per trovare la dignità e le ragioni di vita che dispera di poter avere nel proprio Paese.
Coerentemente con la sua ideologia sovranista la Polonia, anziché sollecitare la solidarietà europea per la riallocazione dei rifugiati, ha annunciato la costruzione del muro e invocato addirittura l’intervento della Nato. Non ha chiesto all’Europa unità nell’accoglienza ma unità nella chiusura; non ha chiesto solidarietà nella speranza ma complicità nella paura. Lo scenario è quello di un’Europa fortezza assediata dalla “nuda vita”.
Per la generazione che ha gioito della caduta del muro di Berlino e ha visto l’Europa rinascere da quelle macerie, il fatto che si stia per costruire un nuovo muro lungo centinaia di chilometri ai suoi confini orientali, è una sconfitta culturale prima ancora che politica. Qualcuno ha evocato l’immagine di una nuova “cortina di ferro”, anche se il muro in costruzione non dividerà due universi ideologici diametralmente opposti e alternativi.
Polonia e Bielorussia entrambe sposano una ideologia sovranista e nazionalista, connotata da forti tratti di antiliberalismo. E il conflitto tra Varsavia a Minsk dimostra che non esiste e non potrà esistere una internazionale dei nazionalsovranismi, perché la loro radice è l’egoismo nazionale, il nazionalismo identitario, il rifiuto dell’interdipendenza che in un mondo globale connette ogni nazione al mondo. Un approccio egoistico e corporativo che, contrariamente a quel che afferma, non è in grado di tutelare l’interesse nazionale. La storia è piena di nazioni, anche potenti e grandi, che sono state risucchiate dal declino quando si sono chiuse in recinti angusti e apparentemente sicuri.
Certo, la crisi su quel confine orientale è provocata dal regime autocratico di Lukashenka, al potere dagli anni ’90, rieletto in modo fraudolento e soffocando ogni istanza di democrazia. Un despota che fa arrivare migranti da altri Paesi, anche in aereo, e li usa come un’arma contro l’Unione europea. Ma per questo la reazione delle nazioni democratiche non può essere il muro, che renderebbe il popolo bielorusso ancor di più prigioniero del dispotismo di Lukashenka. Valga la lezione di Willy Brandt: a chi costruendo un muro voleva spegnere l’ansia di libertà, contrappose una Berlino ovest simbolo di democrazia, libertà, benessere, modernità. L’Unione europea non deve allora farsi spaventare dalla “nuda vita” che preme ai propri confini. Deve tornare ad attingere alle sue radici spirituali che non sono estinte e sono ancora piene di linfa e così dimostrare che la strategia dell’accoglienza e dell’inclusione è la più realistica, la più conveniente, la sola che disinnesca le “minacce ibride” create dalle vicine autocrazie.
Proprio l’Unione europea è la conferma che gli interessi nazionali si tutelano facendo incontrare popoli e nazioni per un destino condiviso. Con questa visione i padri fondatori costruirono l’edificio europeo, a pochi anni da una guerra devastante quando ancora erano aperte le ferite che avevano colpito l’intero continente, causando milioni di vittime e sofferenze inenarrabili. A maggior ragione oggi, in un mondo globale e interdipendente in ogni dimensione di vita, l’Europa deve ritrovare quella visione, quell’anelito all’incontro, quella capacità di costruire una società in cui ogni donna e ogni uomo veda garantita dignità e diritti.
Insomma, serve un salto di qualità, un colpo di reni, un sussulto di responsabilità per assumere finalmente una politica migratoria non sequestrata dalla paura e dall’emergenza. La presidente della Commissione europea Van der Leyen ha proposto un “Nuovo patto per l’immigrazione e l’asilo”, consapevole che il Regolamento di Dublino è obsoleto e iniquo. Il presidente Draghi ha energicamente richiamato i colleghi europei a non volgere lo sguardo altrove. Papa Francesco ha ripetutamente richiamato la coscienza di ognuno alla responsabilità di non abbandonare gli inermi. È tempo che alle parole seguano fatti e che nessun governante si sottragga alle ragioni dell’umanità e della giustizia.
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