La protesta
Leopolda, la furia di Renzi sui magistrati: vi denuncio ovunque violate le leggi
Il caso Open si divora la seconda giornata: «Distrutte vite e privacy». Il leader di Italia Viva ipotizza reati a carico del Csm
FIRENZE. «Hanno sbagliato Matteo. L’ultima retata a Matteo Messina Denaro l’hanno fatta con meno finanzieri di quelli usati per noi, sono entrati nelle case alle sei e mezzo del mattino, con perquisizioni a non indagati, frugando nei cassetti, fra le mutande. C’è gente che mi ha detestato. Non li biasimo. C’è gente che dopo quegli atti ha paura a venire qui, non ci finanzia più». Roba che nemmeno «i processi a Cosa Nostra». No, questa volta non è la solita battuta con cui esce dall’angolo. I due Mattei non sono quelli lì, con cui i retroscena di solito raccontano di una segreta intendenza fra lui e il sovranista. Non è la solita corrosività da maledetto toscano.
Questa volta Matteo Renzi rottama uno dei poteri dell’architettura costituzionale. E non è solo un processo al processo (che deve ancora arrivare) su Open. La Leopolda11 è una gigantesca istruttoria sulla magistratura, il suo funzionamento, le sue dinamiche, le sue derive. Altro che stazione, sembra di stare in pretura. E se il leader di Italia Viva non esce con una sentenza, di certo formula accuse, invoca punizioni, perfino ipotizza reati a carico dei pm che lo hanno indagato ma addirittura per il massimo organo di autonomia dei giudici. «I magistrati pensano che in politica le correnti funzionino come in magistratura dove il Csm fa grandi accrocchi. Se noi facessimo ciò che fa il Csm prenderemmo gli avvisi di garanzia per traffico di influenze».
È una frase pesantissima, quella che pronuncia l’ex premier nel climax del suo discorso. Le agenzie neppure ribattono il testuale. Ma è uno dei momenti più duri di una “sessione” durata oltre due ore, studiata nei minimi dettagli come un’apologia del garantismo. Cioè della Costituzione. Che per Renzi i magistrati avrebbero deturpato. Inizia proprio così il grande j’accuse. «Il garantismo sta alla democrazia come il giustizialismo alla dittatura, non si può stare da una parte o dall’altra, eppure Giuseppe Conte diceva di rifiutare gli ismi. Ma come ha preso la laurea in giurisprudenza, con i punti del Mulino Bianco?».
Prima di lui si susseguono politici, avvocati, giornalisti. Giandomenico Caiazza, il presidente dell’unione delle camere penali, l’anti Davigo, e Carlo Nordio, magistrato, ricordano come «i pm in Italia siano l’unico organismo al mondo con un immenso potere senza responsabilità», Annamaria Bernardini De Pace tira in ballo una «tirannia» giudiziaria, Sabino Cassese sostiene che «l’indipendenza della giustizia è diventata un auto governo, uno Stato nello Stato». Sì, come i manuali di storia contemporanea per anni hanno definito la mafia.
Ma sono interventi che fanno da prologo narrativo, il plot di Renzi occupa un’ora e un quarto della kermesse, quasi quanto un discorso di insediamento di un capo di Stato. Con una tesi: che l’indagine sulla cassaforte del Giglio magico non solo è «stata violata la legge e la Costituzione» e i magistrati hanno «distrutto le vite e la privacy» di lui e di altri non indagati, che «sono entrati nelle vite degli altri» distruggendole, ma che quel fascicolo abbia minato la tenuta stessa del sistema democratico. Perché con Open la magistratura vuole decidere «chi e cosa è politica, ma nei paesi democratici lo decide il parlamento, quando lo decide la giustizia non è più democrazia, la libertà è messa a rischio».
In fondo questa è anche la giornata più berlusconiana nella storia della Leopolda. «Ci accusano di finanziamento illecito, di aver preso soldi per una corrente, ma guardate che se avessimo agito come partito sarebbe cambiato un modulo, e per le deduzioni fiscali ci conveniva pure. C’era pure chi polemizzava perché qui ogni anno non c’erano bandiere del Pd. Chi sa cosa è stata la Leopolda e tace ha un silenzio vigliacco. E il Pd è il partito più renitente alla solidarietà».
Si scaglia contro Bersani per aver ricevuto finanziamenti dai Riva, accusa D’Alema di aver distrutto Mps. Assicura: «Non ho mai rubato un centesimo, i pm invece hanno violato l’articolo 68 sull’immunità parlamentare, io li avevo avvertiti un anno fa: invece hanno messo agli atti dell’inchiesta il mio conto corrente e la mail di Rondolino sulla macchina del fango, quando non ero neppure indagato, solo per organizzare uno sputtanamento mediatico». Smonta pezzo per pezzo le accuse e ne ricostruisce altre per gli inquirenti. E annuncia. Sarà presente ad ogni udienza. Parlerà ad ogni udienza per «spiegare cos’è la politica».
Alle volte l’autodifesa sfiora la comicità. Cita una sentenza della Cassazione su un ricorso di Marco Carrai. «Dice chiaramente che la Leopolda è un evento culturale», non politica, sia mai.
Ma la sua è «una storia piccola», minimal, carveriana, imparagonabile al caso Tortora o a Tangentopoli, ma «ha un impatto politico e mediatico enorme». Dice di essere vittima di «un processo kafkiano», ricorda così che agli atti dell’inchiesta hanno allegato le conversazioni, le mail e gli sms con l’amico Marco Carrai nonostante «dovesse arrivare l’esito del terzo ricorso contro i sequestri dei telefonini di Marco a cui per due volte la Cassazione aveva dato ragione». E ai magistrati, così come continuerà a fare con i giornalisti, assicura: «Vi denuncio ovunque, in sede civile e penale. E chiederò i danni. Perché i miei figli devono sapere che dico la verità».
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