Sicurezza
Corno d'Africa in guerra, il mondo si muova
Il secondo Paese africano per abitanti, con una popolazione di 110 milioni di persone, nonché terzo Paese del continente per numero di rifugiati ospitati, 800.000 circa, è in piena guerra civile. Parliamo dell’Etiopia dove un conflitto regionale che avrebbe dovuto concludersi in poche settimane a favore delle forze federali, è in corso ormai da undici mesi e, sorprendentemente, si sta rivelando esiziale per il governo centrale guidato dal presidente Abiy Ahmed, a cui nel 2019 fu conferito il premio Nobel per la pace.
Gli insorti del Fronte Popolare del Tigray sono giunti a 100 chilometri da Addis Abeba ed è concreto il rischio di una implosione degli attuali equilibri politici e etnici dell’Etiopia, segnata da sempre da complessi rapporti tra le sue etnie, Tigrini, Amara, Omori, Somali.
Le cronache di questi giorni riferiscono di una situazione drammatica, con arresti e perquisizioni ad opera del governo centrale ai danni di istituti religiosi – tra cui i Salesiani di Addis Abeba – del personale Onu alla guida di convogli umanitari e anche ai danni di personale italiano della cooperazione allo sviluppo. Una crisi che colpisce una delle regioni africane più sensibili – il Corno d’Africa – e si aggiunge ai tanti conflitti, crisi e instabilità che investono l’intero vasto quadrante ricompreso tra lo stretto di Hormuz e Gibilterra e tra il Mar Rosso e il Golfo di Guinea: la criticità dell’Iran, la fragilità dell’Iraq, le guerre civili in Siria, Yemen e SudSudan, l’instabilità del Libano e della Tunisia, il golpe militare in Sudan, la delicata transizione in Libia, la penetrazione jihadista nel Sahel. Cerniera idrica e commerciale lungo la direttrice nord-sud tra la regione sahariana e quella tropicale, nonché tra il Mar Rosso e l’Oceano Indiano, così come lungo la direttrice est-ovest tra il continente africano e quello asiatico – per non dire del crogiuolo di culture e religioni monoteiste, cristiani ebrei e musulmani, che custodisce – l’Etiopia è sempre stata considerata da tutti gli altri Paesi africani, ma anche dall’occidente, una nazione strategica.
Non a caso che proprio ad Addis Abeba ha sede l’Unione africana la più importante istituzione multilaterale del continente.
L’Etiopia era da due decenni una eccezione nel panorama africano. Interrompeva quella linea orizzontale di instabilità permanente connotata dalla presenza endemica del terrorismo islamico che unisce il Mali alla Somalia passando per il Niger, il Ciad il Sudan e il Sud Sudan. Emblematico essere l’Etiopia il principale un paese di accoglienza per i profughi e i rifugiati dai paesi confinanti come Eritrea, Somalia e Sudan.
Ora l’Etiopia, da stanza di compensazione delle crisi africane rischia di diventare il detonatore di una imprevedibile reazione a catena. Proprio nei giorni in cui in Etiopia maturava la controffensiva del Fronte popolare di liberazione del Tigray, un colpo di stato militare ha brutalmente interrotto la transizione democratica in Sudan e il capo del governo, un civile, è stato deposto. A sua volta in Somalia – che vive da 30 anni una condizione di “stato fallito” – la sicurezza interna è stata garantita fino ad oggi anche da truppe etiopi, ruolo adesso messo a rischio dalla crisi che investe Addis Abeba. In quello stesso scacchiere l’Eritrea – guidata con mano dura dal Presidente Afewerki – ha da sempre rapporti conflittuali con i confinanti tigrini e una eventuale vittoria del Tpfl non lascerebbe indifferente Asmara.
Il Sud Sudan, anche dopo la secessione da Karthoum vive una stato di guerra civile a bassa intensità. E per quanto concerne il Sudan il recente colpo di stato non solo blocca una transizione democratica avviata sull’onda di un largo movimento di società civile guidato dalle donne, ma rende anche più lontane le possibilità di una risoluzione negoziale delle aspre controversie che contrappongono Addis Abeba a Khartoum e Il Cairo sulla costruzione della Grand ethiopian renaissance dam (Gerd) la diga da 6000 megawatt sul Nilo azzurro che dovrebbe soddisfare il fabbisogno energetico etiopico e renderlo addirittura un esportatore.
Crisi che tutte vedono una presenza indiretta di potenze globali e regionali – Cina, Russia, Turchia, Emirati – impegnati ciascuna a estendere la propria influenza, favorendo obiettivamente nella regione uno stato di diffusa instabilità e tensione latente e permanente. È evidente che se questa guerra civile dovesse portare a un’implosione dell’Etiopia e al suo smembramento per appartenenze etniche, ognuna con un determinato referente internazionale, sarebbe un colpo irrimediabile sia alla stabilità del continente, sia alla causa del multilateralismo la cui finalità è prevenire conflitti, facendo prevalere il dialogo e il negoziato sullo scontro e le armi. Mentre ciò a cui stiamo assistendo è invece il ritorno alla guerra come unico strumento a cui ciascuno si affida per far prevalere i propri obiettivi.
È dunque responsabilità della comunità internazionale non assistere inerte e mettere in campo una strategia per sedare i conflitti e promuovere soluzioni di pace e stabilità. Obiettivo che a fronte di un Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite paralizzato dai reciproci veti incrociati delle grandi potenze, chiama in causa l’Unione europea la cui sicurezza e stabilità è direttamente investita da ciò che accade nel Mediterraneo e nel continente africano.
E l’Italia, per le relazioni storiche e politiche che ha con il Corno d’Africa, è chiamata a svolgere un ruolo attivo per evitare una catastrofe umanitaria che ancora una volta pagherebbero popolazioni incolpevoli e per promuovere dialogo e soluzione negoziale là dove oggi si odono soltanto il crepitio delle armi e il pianto degli inermi.
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