Sicurezza
Le false teste e un inedito in mostra al Mart: l’ideatore della burla fu un quinto ragazzo
Rovereto: pensò di realizzare un fallo, poi l’idea fu scartata. La scoperta nel libro del liceo, parlano gli autori della beffa
Dietro le quinte della burla di Modì c’è una storia mai raccontata: a cominciare dal fatto che c’era un quinto ragazzo sulla scena ed è proprio lui che ha la prima idea della beffa. Ma di tutt’altro tipo: anziché le due “teste” con i colli lunghi modiglianeschi e quell’identikit un po’ primitivista afro che la benna troverà nelle acque del Fosso reale, avrebbe dovuto essere un grosso simbolo fallico. «Un padùlo»: l’ha raccontato, invitando a ripassarsi la «mirabile definizione del Borzacchini», Michele Genovesi, uno degli studenti livornesi protagonisti della burla. L’ha fatto in una intervista a Gianfranco Porrà per un libro sulla storia del liceo classico labronico che ha visto in cattedra prof come Giosuè Carducci, Giovanni Pascoli e Carlo Azeglio Ciampi.
NEL TEMPO DELL'ARTE
Adesso tornano sotto i riflettori le false sculture della burla che fecero ridere il mondo intero: l’idea di Vittorio Sgarbi, tradotta poi in concreto da Dario Del Bufano e Marco Horak, le ha portate al Mart di Rovereto, uno dei più importanti musei di arte contemporanea del nostro Paese. Fanno da contrappunto nella mostra che fino al 9 gennaio mette in vetrina le opere di Alceo Dossena, definito «autentico falsario» che riprende all’inizio del Novecento lo stile e le tecniche dei maestri antichi e rinascimentali. Sgarbi timbra l’operazione così: «Il vero falsario ha una personalità, non è un copista o un imitatore, e si può prefiggere di imitare uno stile, non un’opera».
L’idea iniziale era ancor più dissacrante nel segno dello spiritaccio labronico più irriverente ma la provocazione sarebbe durata cinque minuti: giusto il tempo di portare la pietra sulla benna e lavar via il fango, poi sarebbe finita nella discarica a ridosso dei cimiteri di Barriera Roma. Ma fosse perché tecnicamente complicato o perché in fondo si trattava di bravi ragazzi di buona famiglia, ecco che saltò fuori l’idea bis: fare una “testa” proprio come quelle che si stavano cercando nel fosso mediceo che a Livorno corre fra la vecchia città ideale buontalentiana e l’espansione d’inizio Ottocento.
«QUALCUNO CI VIDE»
«Sinceramente non ricordo se fu Pietro (Luridiana, ndr) o fui io a tirarla fuori per primo, so che ci venne una sera a casa mia», dice Genovesi. Aggiungendo poi altri tasselli nel puzzle degli amarcord: 1) la pietra «la trovai nel mio giardino»; 2) c’erano lavori in casa sua per realizzare un muretto, e «prendemmo gli strumenti che avevo»; 3) l’obiettivo era quello di «fare i ganzi» e «finire sul giornale»; 4) le pietre vengono buttate «intorno alla mezzanotte per non farci vedere, si unirono a noi altri due amici»; 5) il gruppetto di ragazzi si accorge che c’era «una finestra illuminata e un tipo che ci guardava»; 6) alla presentazione del catalogo “Le teste ritrovate” i ragazzi vanno a farsele «firmare con dedica» dalla curatrice; 7) la foto-cult con la falsa testa prima di buttarla nel Fosso «la fece mia sorella, al tempo tredicenne, su richiesta di mia madre perché nel rullino mancavano poche foto da scattare e voleva portarlo a sviluppare».
LA RICHIESTA AL SINDACO
Sembrava una burla anche la richiesta di Sgarbi al Comune di Livorno, proprietario delle “teste” della beffa del 1984: la telefonata è arrivata al sindaco labronico Luca Salvetti poco prima di mezzanotte. Un tuffo al cuore e la paura che una chiama a quell’ora significasse grosso guaio in arrivo. Quando il tipo si presenta come «Sono Sgarbi», il sindaco pensa a uno scherzo e gli dice qualcosa di brusco in livornese doc. «Sindaco, guardi che sono proprio io: Sgarbi». E arriva l’ok al prestito.
«Pensavo sarebbe stato complicato, – dice Sgarbi – invece no: le teste della burla le avevo viste con il sindaco Nogarin nel Museo della Città. Il Black&Decker dei ragazzi erano roba da “Amici miei”».
«Prima erano nel nostro Museo della Città ed è lì che ritorneranno: vedremo come», dice l’assessore alla cultura Simone Lenzi: il format di allestimento è stato utilizzato per la mostra dei capolavori («quelli veri») nel centenario della morte di Amedeo Modigliani e per le esposizioni successive. Compresa l’ultima, fino al 13 febbraio, che ha portato fuori dai magazzini una parte delle collezioni civiche: e dunque Burri, Fontana, Pomodoro, Baj, Nespolo, Vedova.
Le false teste di Modì sono in tandem con le opere di Lino Frongia, pittore emiliano classe ’58, accusato dagli 007 francesi di aver falsificato capolavori cinque-seicenteschi e difeso a spada tratta da Sgarbi.
Al centro dell’attenzione c’è però Dossena presentato come «il più straordinario falsario anni ’20» con risultati di tale livello che i clienti, come spiegano dal quartier generale del museo di Rovereto, erano «i più grandi musei del mondo, per il tramite di antiquari che gli suggerivano i soggetti e gli fornivano i materiali». Già, perché non erano solo copie ma spesso originali ideati sulla base dei criteri stilistici dell’antichità classica, del Due-Trecento o del Rinascimento. Fino a quando nel 1928 è proprio Dossena a rompere questa “macchina da soldi” e inizia a firmare le opere con il suo nome.
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