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Il Quirinale fra Draghi e doppio ruolo

Emanuele Rossi*
Il Quirinale fra Draghi e doppio ruolo

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La campagna elettorale per le elezioni del presidente della Repubblica sta entrando nella fase decisiva, e i candidati cominciano a essere indicati e sostenuti. In un bel lavoro di Riccardo Brizzi che analizza tutte le elezioni presidenziali sin qui svolte si fa presente che una delle costanti di esse è che molto raramente il favorito della vigilia viene eletto, e che soltanto in due casi (Cossiga nel 1985 e Ciampi nel 1999) la prima candidatura è stata coronata da successo. Bisogna quindi stare molto attenti a queste prime schermaglie.

In questo contesto si registrano dichiarazioni di leader politici a favore di una possibile di elezione di Mario Draghi al Quirinale: possibilità che, come ho già scritto, porrebbe alcuni problemi di carattere istituzionale non facilmente risolvibili. Ma certo che se ci fosse la famosa “volontà politica” una qualche via d’uscita si potrebbe trovare. Ciò che tuttavia merita considerare è la motivazione che un esponente di spicco della Lega (Giancarlo Giorgetti) ha addotto per ribattere alle possibili obiezioni che già sono state avanzate, e cioè che è meglio in questa fase storica avere Draghi presidente del Consiglio: per Giorgetti infatti «Draghi potrebbe guidare il convoglio anche da fuori. Sarebbe un semipresidenzialismo de facto, in cui il presidente della Repubblica allarga le sue funzioni approfittando di una politica debole». Una motivazione che merita di essere analizzata, perché certamente singolare.

Secondo Giorgetti, dunque, tutto il dibattito che vi è stato in Italia da almeno vent’anni a questa parte sulla opportunità di modificare la Costituzione si potrebbe risolvere, almeno per la parte riguardante la forma di governo, in via di fatto. L’Italia passerebbe da Repubblica parlamentare a Repubblica semi-presidenziale semplicemente scegliendo Draghi invece che un altro alla presidenza della Repubblica. A parte il fatto che un regime semi-presidenziale prevederebbe un’elezione diretta del Capo dello Stato (Macron, per intenderci, è stato eletto dai francesi e non dai loro rappresentanti), anche la considerazione sui poteri effettivi fa capire che quelle di Giorgetti sono espressioni senza effettiva consistenza. Che cosa potrebbe fare, ad esempio un capo dello Stato di fronte a un Governo forte della fiducia parlamentare che volesse adottare politiche diverse dalle sue? La Costituzione gli assegna certo alcuni poteri, ma questi sono previsti per un ruolo di arbitro, non di giocatore: e ve lo immaginate in una partita di calcio un arbitro che tira un rigore per una squadra? Potrebbe – questo sì – operare mediante trattative informali e moral suasion (di cui fu maestro Carlo Azeglio Ciampi), ma che hanno tutti i limiti dei consigli dati: che dipendono da chi li riceve.

Queste cose le sa bene anche Giorgetti, ovviamente, e infatti precisa, nella sua dichiarazione, che questo vale in una situazione di politica debole. Che è certamente quella attuale, ma che è destinata a concludersi, al massimo, nella primavera del 2023, quando si rinnoveranno le Camere. E in questo caso dalle urne potrebbe uscire una maggioranza forte e chiara, e la politica riprendere quindi tutto il suo ruolo: e in tal caso torneremmo a una Repubblica parlamentare dopo poco un anno di semi-presidenzialismo?

In politica, come si sa, si può sostenere tutto e il suo contrario: ma qualche attenzione in più, ogni tanto, non farebbe male.

*costituzionalista - sc. sup. Sant’Anna

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