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I Balcani, incubo europeo

Piero Fassino
1995, l’esodo dopo Srebenica
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1995, l’esodo dopo Srebenica

La prevalenza di altri eventi - prima il G20, poi la Cop26 e l’impegnativo confronto tra i governanti di tutto il mondo su come affrontare il climate change - ha fatto passare sotto silenzio fatti politici rilevanti che hanno investito in queste settimane i Balcani, facendo maturare nuove insidiose criticità

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La prevalenza di altri eventi - prima il G20, poi la Cop26 e l’impegnativo confronto tra i governanti di tutto il mondo su come affrontare il climate change - ha fatto passare sotto silenzio fatti politici rilevanti che hanno investito in queste settimane i Balcani, facendo maturare nuove insidiose criticità. Pochi giorni fa Milorad Dodik, leader della Repubblica Sprska - l’entità serbo-bosniaca che insieme alla Federazione croato-musulmana costituisce l’assetto federale della Bosnia Erzegovina - ha annunciato il ritiro dei suoi rappresentanti dalle istituzioni bosniache comuni e l’ntenzione di creare organismi separati per gestire giustizia, tassazione, sanità e perfino un proprio esercito.

Un annuncio che aggrava ancor di più la fragilità istituzionale dell’assetto istituzionale della Bosnia, articolato in due entità statali che organizzano tre comunità. Un assetto complesso, mai del tutto accettato dalle tre comunità - bosniaci, croati e serbi - al punto che ogni vertice istituzionale - governativo, parlamentare e locale - è retto da organi tripartiti, guidati a rotazione annuale dal rappresentante di una delle tre comunità. Un assetto creato all’indomani della pace di Dayton che avrebbe dovuto essere transitorio per lasciare il posto via via a una federazione coesa e unitaria.

Passaggio che non è avvenuto perché le profonde e drammatiche lacerazioni prodotte dalla guerra - per tutte si ricordi il massacro di Srebrenica - non sono mai state superate e ogni comunità ha continuato a pensarsi e vivere in modo separato. Al punto che anche la Federazione croato-musulmana è spesso minata dalla tentazione di settori croati di separarsi dai bosniaci.

L’annuncio del leader serbo-bosniaco - che non ha mai celato l’aspirazione a unificare la Serpska con Belgrado - accentua ancor di più le spinte separatiste e mette una pesante ipoteca sulla esistenza stessa dell’attuale Bosnia-Erzegovina.

Negli scorsi giorni un altro evento ha investito i Balcani occidentali: le elezioni municipali nella Macedonia del Nord che hanno visto una pesante sconfitta del partito di governo a vantaggio dell’opposizione nazionalista che - in alleanza con un partito della minoranza albanese - ha conquistato la guida della capitale Skoplje e delle principali città macedoni. Le conseguenze vanno molto al di là del profilo amministrativo del voto: il primo ministro Zaev ha annunciato l’intenzione di rassegnare le dimissioni e di condurre il Paese a nuove elezioni, che potrebbero replicare il voto municipale ribaltando gli equilibri politici nazionali.

E ciò in un contesto molto delicato: non va dimenticato che Skoplje ha risolto un anno fa il lungo contenzioso con Atene accettando di assumere la denominazione Nord Macedonia, decisione sofferta contro cui ha condotto una astiosa ostilità proprio il partito nazionalista che ha vinto le elezioni municipali e potrebbe assumere la guida del Paese.

Peraltro la Macedonia del Nord vive da mesi un contenzioso con la vicina Bulgaria che ha impedito fino a oggi di avviare i negoziati per l’adesione di Skoplje all’Ue. E infine in un crescendo di reciproche recriminazioni sono del tutto fermi i colloqui tra Serbia e Kossovo per la normalizzazione dei loro rapporti. Di fronte a questi eventi in alcune capitali europee si ritiene imprudente aprire le porte dell’Ue fino a che la regione non trovi stabilità È vero il contrario. È la lentezza del percorso di integrazione dei Balcani occidentali - annunciato nel 1995 all’indomani della fine delle guerre balcaniche, avviato nel 2003 con il Consiglio europeo di Salonicco e tuttora indefinito - che suscita sentimenti di frustrazione nelle opinioni pubbliche balcaniche, deluse dal non vedere accolta l’aspirazione a integrarsi nella famiglia europea. E nella frustrazione riemergono nostalgie etniche, pulsioni revansciste e esasperazioni nazionalistiche, di cui quel che accade in Bosnia e Nord Macedonia sono inquietante manifestazione. Non va dimenticato che soltanto qualche mese è stato diffuso un non-paper - anonimo, ma qualcuno lo ha scritto e pubblicato - in cui si propone lo smantellamento degli attuali assetti statali dei Balcani, sostituendoli con la nascita di tre nazioni etniche, grande Serbia, grande Croazia, grande Albania. Uno scenario che, se perseguito, sarebbe foriero ancora di conflitti, pulizie etniche, esodi di massa e ogni altro orrore. Mentre solo una prospettiva di integrazione può dare stabilità e sicurezza ai Balcani occidentali, sollecitando le comunità bosniache e riprendere i cammino dell’unità, favorendo un accordo tra Serbia e Kosovo, riducendo le conflittualità interne in Nord Macedonia e incoraggiando tutti i Paesi della regione a realizzare e riforme di adeguamento agli standard europei. Peraltro alle incertezze europee fa da contraltare la crescente presenza nella regione di altri attori, dalla Cina alla Turchia, dalla Russia agli Emirati. E guardando alla storia non si deve mai dimenticare che ogni conflitto sorto nei Balcani ha sempre investito l’intero continente, mettendone in causa la sicurezza. È urgente dunque che l’Ue cambi il suo passo, superi ambiguità e reticenze e imprima un nuovo impulso al processo di allargamento. Non farlo favorirebbe le spinte centrifughe, separatiste e conflittuali che già corrono sotto la pelle delle società balcaniche. E la stessa Ue sarebbe meno sicura. Integrare i Balcani non è una concessione e il sostegno dell’Italia all’allargamento - con il consenso unanime di tutte le forze politiche - corrisponde all’interesse dell’intera Europa.

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