Sicurezza
Ma i congressi hanno ancora un senso?
Dalle cronache quotidiane di questi giorni emerge con chiarezza il quadro relativo ai congressi locali del Partito Democratico. Congresso dovrebbe significare un momento di discussione nei circoli, un percorso partecipativo, dal basso, partendo dai temi, dalle proposte, dalle idee.
Una discussione articolata che veda i territori protagonisti dell’azione politica, in antitesi rispetto al contorto sistema di reclutamento della classe dirigente che segue determinate dinamiche, con filiere autoreferenti e comitati elettorali permanenti. Un momento in cui la comunità si incontra per discutere del proprio futuro, facendo un bilancio del passato.
Un confronto democratico all’interno del quale si fa sintesi, si cerca una soluzione condivisa e laddove non ci si riesce si avanzano alternative da sottoporre poi al giudizio degli iscritti. Alla fine di questo percorso si individuano i nomi giusti per portare avanti quello che è un programma discusso e votato da tutta la comunità degli iscritti.
Ebbene, qua pare evidente che si proceda al contrario: assenza di dibattito, nomi usciti da riunioni riservate a pochi eletti, iscritti chiamati oramai a ratificare le decisioni prese dall’alto.
Dov’è la politica in tutto questo? Che ne è della democrazia e del confronto? Esiste un programma o è accessorio ai nomi? Ma soprattutto, che senso ha indire un congresso se l’esito della partita è già deciso prima ancora del fischio d’inizio?
La cosa peggiore, in tutto ciò, è l’incapacità di rompere questi schemi, di lanciare segnali di vero cambiamento: la selezione del ceto politico, non la si può creare a tavolino, è un percorso articolato e complesso che non può esimere dal coinvolgimento attivo dei militanti e dei territori.
Il Pd attuale è un partito che si è perso. Non è presente sui territori, vive sulle iniziative delle singole persone che si prodigano in ogni modo per far si che tutto ciò che ha rappresentato il mondo del centrosinistra nel corso degli anni non vada perduto.
E non si può chiedere ai militanti di edificare una casa senza far loro conoscere il progetto. I circoli, laddove ancora esistono, sono svuotati di ogni loro funzione: non sono più centri di promozione e cultura politica di base ma comitati elettorali che si attivano con l’approssimarsi delle scadenze elettorali.
Ritengo che si debba e si possa innescare un meccanismo virtuoso che ci porti a ricondurre le persone al centro, basato sul confronto e sull’ascolto, sulla partecipazione attiva su tutti i territori, dal centro cittadino al più piccolo vicolo del borgo di campagna.
Sarà un percorso lungo e tortuoso, disseminato di ostacoli, ma è l’unico percorribile: non con i nomi ma con i progetti, non dall’alto verso il basso ma con il coinvolgimento attivo della base si costruiscono solide fondamenta sulle quali edificare il futuro del Partito Democratico.
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