Il Tirreno

Toscana

l'editoriale del direttore

La vallata del tempo perduto

Stefano Tamburini
Il casello autostradale all'altezza di San Pietro in Palazzi
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Il casello autostradale all'altezza di San Pietro in Palazzi

L'editoriale. È in un luogo chiamato vallata del tempo perduto che si stanno consumando da decenni i peggiori errori intorno alla politica che entra nella carne viva delle persone, che determina scelte difficilmente reversibili.

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È in un luogo chiamato vallata del tempo perduto che si stanno consumando da decenni i peggiori errori intorno alla politica che entra nella carne viva delle persone, che determina scelte difficilmente reversibili. Ogni tanto da questa vallata esce qualche illuminato con frasi del tipo «Bisogna fare presto». Da anni accade per la riforma delle pensioni in perenne ritardo sui tempi di intervento e con conseguenze che finiscono spesso addosso ai più deboli. Oggi accade al G20 per il cambiamento climatico, dopo una serie infinita di allarmi inascoltati, di sciocchezze sparse ad arte (le false notizie) per dimostrare che in fondo in fondo «a Bergamo con due gradi in più si sta anche meglio».

La storia del cambiamento climatico è emblematica, è la più pericolosa perché sta mettendo a repentaglio quella Grande Roccia chiamata Terra che naviga in uno Spazio infinito. Nel giro di 30 anni il livello del mare crescerà di ulteriori 20-25 centimetri. Se si pensa che è aumentato di 20 centimetri dal 1901 al 2018, è immediata la percezione del disastro in arrivo. Andrà sempre peggio se non si darà un taglio drastico alle emissioni di anidride carbonica: fra 80 anni il mare potrebbe innalzarsi ulteriormente fra 28 e 55 centimetri mentre con livelli di combustibili fossili alti – secondo gli esperti – potrebbe salire da 60 centimetri a un metro. Al netto di tutti gli sconvolgimenti atmosferici, gli uragani tropicali nel Mediterraneo sono drammatica realtà, basterebbe solo questo per capire che non possiamo permetterci tentennamenti. Che molte città e paesi sul mare spariranno. E non solo: avremo da gestire anche altri sconvolgimenti sul territorio.

Il vero problema è rappresentato dalla capacità di reazione. Da queste parti c’è una storia emblematica che offre l’idea dell’inadeguatezza del Sistema politico, e soprattutto di chi lo incarna.

La storia è quella della mancata realizzazione dell’autostrada Tirrenica, va avanti da 53 anni, un tempo che – riproiettato in avanti – potrebbe regalarci l’innalzamento del mare di mezzo metro e che potrebbe sommergere territori vicini al tracciato. Cosa siamo stati capaci di realizzare nel frattempo? Praticamente niente. Su questo giornale lo avete letto più volte. Certo, arrivano i primi soldi (200 milioni, meno di un decimo di ciò che serve) per adeguare il tracciato dell’Aurelia, per realizzare un’autostradina al posto di un’autostrada vera. Elemosina, se è vero come è vero che nello stesso giorno vengono stanziati cinque miliardi per il corridoio ferroviario adriatico.

Va detto, ci siamo arresi: il “piuttosto” è meglio del “niente”. Ma questi soldi non si potranno spendere, perché lo Stato non è stato ancora capace di aprire una società gemella di un’altra per poter spalancare la strada al commissariamento. Lo promettono da mesi e mesi e lo rinviano, ed è quello che fa dubitare della reale volontà di risolvere il problema. Perché fa comodo a tanti, troppi, che questo territorio resti nel Medioevo dello sviluppo, con infrastrutture penalizzanti e pericolose. Mi ha fatto anche un po’ di tenerezza leggere le parole del sindaco di Capalbio, Gianfranco Chelini: nel territorio che amministra la strada corre ancora sul tracciato degli antichi romani, è pericolosa. Le croci che ricordano le vittime ai lati della strada sono numerose. Ebbene, Chelini ha chiesto «almeno cominciate da qui». Ha ragione ad aggrapparsi a questa speranza. Ma è deprimente dover campare di elemosine dei diritti. La burocrazia spesso è l’alibi del non fare, del rinviare perché tanto i frutti li raccoglierebbero altri. Il nuovo ponte di Genova al posto del Morandi crollato, tirato su in meno di due anni, è lo specchio del “volendo si può” ed è una triste eccezione.

Questo territorio è paludato di sconfitte e, ultimamente, di battaglie neanche combattute. Anche sull’aeroporto di Pisa, succube di Toscana Aeroporti che privilegia quello di Firenze in fatto di sviluppo, sta calando la mannaia della rassegnazione. Sulla Fi-Pi-Li si combatte una guerra fra enti che porta a niente, si continua a rattoppare un’opera che è un’idrovora di risorse pubbliche e private (i soldi delle multe degli autovelox) a vantaggio dei soliti pochi.

Poi, certo, non tutti sono uguali. Anche nel recinto toscano della politica c’è chi cerca di rammendare gli strappi del passato, ci sono tanti sindaci che fanno fatica a tenere in equilibrio comunità per le quali hanno a disposizione risorse minime. E c’è da considerare anche la fuga dall’impegno, la difficoltà a trovare candidati credibili, c’è il rischio di un pericoloso cortocircuito in grado di lasciare ampi pertugi al populismo, alla delega all’uomo forte.

Negli ultimi anni abbiamo vissuto l’era delle schede elettorali con i nomi dei leader preponderanti rispetto ai partiti che rappresentano. E abbiamo vissuto il dilagare delle scelte di pancia, del via libera agli estremismi del ragionamento più becero. Sull’onda degli sprechi e delle ruberie, abbiamo permesso il taglio definitivo del finanziamento pubblico per fare spazio a quello privato, alla liberazione del “ti do ma ti chiedo”. Nei verbali dell’inchiesta sulla Fondazione Open, quella di Matteo Renzi, emergono storture palesi. E poco conta se si possa trattare o meno di reati. Prima ancora c’è un problema etico infinito. Chi paga, chi finanzia, poi pretende. È solo uno fra i tanti il caso di Vincenzo Onorato e della Moby che sollecitava normative in grado di favorire l’attività di armatori con solo marittimi comunitari.

Non abbiamo bisogno di questa politica che trasforma il Parlamento in un gigantesco intreccio di lobby sotterranee. Per chi non ha ben presente: difendono interessi particolari a danno di quelli generali, non dovrebbero neanche entrare in quei palazzi. E chi le rappresenta negli emicicli, spesso, ha bisogno di affermare la propria esistenza favorendo o ostacolando leggi che nulla hanno a che fare con la contesa che appare agli occhi di tutti. Prendete la bocciatura del disegno di legge Zan, una sacrosanta legge anti-odio pervicacemente descritta dalla disinformatija come un via libera a una teoria transgender sottacendo che contrasta anche le discriminazioni di genere e quelle nei confronti dei disabili. Il partitino di Matteo Renzi ha fatto in modo di bocciarla, dopo averla sostenuta alla Camera anche con modifiche migliorative, solo per affermare la propria esistenza. Se non ci fosse stata la legge Zan, Renzi dall’Arabia (è quasi sempre da quelle parti a far soldi mentre è senatore, cosa eticamente più che censurabile) avrebbe bloccato un’altra scelta, un’altra legge. Non conta il cosa ma il come.

Quello del Giglio Magico è solo un esempio che aiuta a capire, non è certo il cuore del problema più complessivo. Non abbiamo bisogno di politica che ha prospettive di quarti d’ora, abbiamo bisogno di recuperare l’interesse comune e una visione più ampia, di previsione, di programmazione. So bene che è una battaglia difficile, chi cerca di farla da anni ha subito più sconfitte che vittorie. Ma per guardarsi allo specchio senza voltare lo sguardo si può solo combattere per i propri principi. Non farlo è partire già sconfitti, perché si può anche scegliere di stare dalla parte di quelli che vinceranno e accontentarsi delle briciole. Lo fanno in tanti, ed è per quello che c’è da essere preoccupati, per l’innalzamento dei mari e per tutto il resto. Nel frattempo, la vallata del tempo perduto rischia di diventare quella del tempo scaduto.

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