Finanza
Clima, il prof Buizza: al summit di Glasgow servono fatti, basta "bla bla bla"
L’uragano che sferza la Sicilia, la conferenza Cop26 in Scozia, i rischi imminenti per il pianeta. Il climatologo del Sant'Anna: «Finora solo parole dai politici»
Agire subito, affidandosi al parere della scienza. E costruire attraverso lo studio una nuova cultura sul clima per la classe dirigente di domani. Roberto Buizza, professore di fisica alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa dal 2018 ma già ricercatore e scienziato di riferimento – per 27 anni – al Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine, compulsa gli ultimi avvenimenti: l’uragano che spaventa la Sicilia ma anche le trattative parallele sul clima al G20, e poi la conferenza Cop26 imminente. A Reading, in Inghilterra, dove ha sede il Centro Europeo, uno dei maggiori complessi di supercomputer d’Europa è in grado di contenere il più grande archivio al mondo di dati numerici di previsione del tempo. Ancora oggi sono i metodi elaborati da Buizza a permetterci di prevedere gli scenari possibili, e la loro probabilità, sia che si tratti di eventi meteorologici che di clima.
Professore, su quali basi si fondano i metodi di previsioni meteorologica e lo studio del clima?
«Si tratta di basi molto solide, fisica e matematica. Dobbiamo poi tenere conto della complessità del sistema Terra: non è un caso se il premio Nobel per la fisica di quest’anno sia andato, oltre che a Giorgio Parisi, esperto del comportamento di sistemi complessi, anche a due scienziati come Syukuro Manabe e Klaus Hasselmann per le loro ricerche sui modelli climatici. Oltre a questo, studiare e comprendere i cambiamenti del clima significa anche dedicarsi a tutto ciò che ad essi è legato, dall’economia alla salute».
Lei però nasce come fisico nucleare: come è sorto l’interesse per il clima?
«Come spesso accade, un caso dettato dall’esigenza di lavorare. Uscito dall’università, nel 1987, vinsi un concorso per un centro di ricerca dell’Enel che si occupava di meteorologia e clima. Sono entrato così a più stretto contatto con questo campo e l’argomento ha iniziato a stuzzicare la mia curiosità: vedevo negli studi dei fenomeni meteorologici e climatici un settore in grado di avere un impatto enorme sulla società e pensai che, se volevo contribuire a migliorarla, era su quello che avrei dovuto concentrare i miei sforzi. Una scelta di cui non mi pento».
L’uragano Apollo ha destato grande preoccupazione in Italia: dovremo abituarci a fenomeni simili in futuro?
«Sì, i dati parlano chiaro e ci dicono che eventi estremi, come anche questi nuovi uragani mediterranei definiti “Medicanes”, saranno sempre più frequenti. Per fortuna oggi abbiamo sistemi di previsione molto efficienti: Apollo era stato previsto cinque giorni prima del suo arrivo e ciò ha permesso di limitare il suo impatto, nonostante purtroppo ci siano state anche delle vittime. Dobbiamo sfruttare tutti i dati che raccogliamo ogni giorno per migliorare la nostra conoscenza del clima che cambia, e quindi prepararci al futuro adattandoci al cambiamento climatico, mettendo in sicurezza il territorio, mantenendo liberi i letti dei fiumi, monitorando le dighe».
Non è possibile “riavvolgere il nastro” ed evitare il problema alla radice?
«Tornare alla situazione di prima nei prossimi 50-100 anni è impossibile: l’ultimo rapporto dell’Ipcc, il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, dell’agosto 2021 testimonia che questo genere di mutazioni del clima rimarranno così per decenni. Possiamo, ma solo impegnandoci fin da subito, evitare che peggiorino e nel frattempo adattarci: per invertire la tendenza serviranno decine di anni. Parlo di mettere in campo azioni immediate di mitigazione del cambiamento climatico, che portino a una riduzione del 5-7 per cento annua delle emissioni di gas serra».
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Negli ultimi trent’anni la scienza ha fatto molti passi avanti negli studi sul clima: perché invece relativamente pochi (o poco influenti) sono stati gli interventi della politica?
«Purtroppo è la triste verità. Oggi abbiamo capito che la probabilità di passare dei punti di non ritorno non è zero. A causa delle continue emissioni di gas serra eventi come lo scioglimento dei ghiacci della Groenlandia, o la deforestazione dell’Amazzonia che sta trasformando il “polmone” del pianeta in una sorgente di anidride carbonica, potrebbero accadere. Trent’anni fa invece scenari di questo genere sembravano fantascienza. E ancora la politica non dà risposte concrete e immediate. È molto preoccupante perché testimonia da un lato una diffusa ignoranza a livello politico sul tema, a parte poche eccezioni, dall’altro la presenza di interessi economici in gioco tanto forti da costituire un ostacolo al bene comune».
Si parla spesso del 2050 come soglia limite per la de-carbonizzazione e l’obiettivo emissioni zero: vede questo traguardo come attuabile?
«Ho poca fiducia, perché la tendenza è sempre di parlare di obiettivi a lungo termine e non di azioni concrete e immediate di mitigazione delle emissioni. La Cop21 di Parigi, nel 2015, mirava a limitare il riscaldamento medio globale al di sotto dei 2 gradi, possibilmente anche di 1,5 gradi, rispetto ai valori pre-industriali. L’accordo fu sottoscritto da 190 Paesi, ma nessuno ha dichiarato come sarebbe riuscito a raggiungere questo obiettivo. E questo non avviene neppure oggi: in Italia ad esempio il 9 per cento dell’energia è ancora prodotto attraverso il carbone e si fatica a sostenere seriamente lo sviluppo dell’energia eolica o solare. Eppure basterebbe investire annualmente il 2-3 per cento del nostro Pil, in pratica l’equivalente della nostra spesa nazionale in armamenti, per riuscire a de-carbonizzare tutti i processi del Paese entro il 2050. Il traguardo non è irraggiungibile, perché abbiamo le tecnologie e le risorse economiche per farlo, ma bisogna agire fin da subito e con costanza».
Domani però partirà la Cop26 a Glasgow, in Scozia: qualcosa potrà cambiare?
«Purtroppo sembra che ancora una volta i politici faranno fatica a prendere delle decisioni che portino già nei prossimi anni ad una riduzione delle emissioni. L’Unione Europea mira a ridurre del 55 per cento le emissioni rispetto al 1990 entro il 2030, eppure in questi trent’anni le abbiamo ridotte solo del 20 per cento: ci restano meno di dieci anni e non ci viene ancora spiegato come fare per migliorare questa tendenza. Anche gli interventi di cui si parla nel piano nazionale di ripresa e resilienza italiano sono vaghi e non riguardano azioni immediate. Mi piacerebbe, e su questo confido nella concretezza di un uomo come Mario Draghi, che si portasse la discussione su un piano più pratico e ci si affidasse alla scienza più che alla propaganda».
In cosa dobbiamo confidare quindi per sperare in un miglioramento?
«Nei giovani. La rivoluzione globale spronata da Greta Thunberg e dal movimento “Fridays for Future” ha già dato un contributo notevole riportando con continuità sotto i riflettori il tema del cambiamento climatico e chiedendo con forza a un sistema “pigro” di fornire le risposte. E ho fiducia nella formazione, perché servono anche competenze adeguate. Per questo il mondo universitario è particolarmente importante: sotto questo aspetto, proprio da domani partirà un progetto, a cui ho contributo, che per l’Italia rappresenterà qualcosa di rivoluzionario».
Di che si tratta?
«È un nuovo corso di dottorato nazionale incentrato sullo sviluppo sostenibile e sul cambiamento climatico. Ci abbiamo lavorato per due anni in una sinergia tra Scuola Superiore Sant’Anna, Scuola Normale e l’Istituto universitario di studi superiori Iuss di Pavia. Abbiamo ricevuto ben 650 domande ma riusciremo a partire solo con cento dottorandi. Studenti che si formeranno in 30 università diverse ma con percorsi e programmi di ricerca coordinati. Ognuno si specializzerà seguendo il proprio percorso, da quello economico a quello filosofico o medico. Ma in più rispetto ai percorsi tradizionali vogliamo dare a tutti le competenze sul tema del cambiamento climatico in modo da fornire conoscenze di base e creare un linguaggio comune tra chi un domani potrà collaborare unendo questi settori in modo interdisciplinare».
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