La manifestazione
I difficili rapporti fra Stati europei
A volte assistere alla replica di una commedia o di un film aiuta a capire meglio lo sviluppo della storia scoprendo aspetti sfuggiti la prima volta. Si possono anche notare dettagli ritenuti originariamente di scarsa importanza e osservare con maggiore attenzione la recitazione degli attori in alcuni passaggi. Quando però la replica è sciatta e si ammoscia a ogni rappresentazione successiva, sarebbe meglio chiudere lo spettacolo per evitare le contestazioni del pubblico in sala e le stroncature della critica.
Il vertice fra Unione Europeo e i sei Paesi dei Balcani occidentali andato in scena in pompa magna a Brdo, in Slovenia, lo scorso 6 ottobre aveva come obiettivo di rimettere in moto il treno dell’allargamento riportandolo sui binari tracciati alla stazione di partenza di Salonicco nel summit del 2003 quando a Albania, Bosnia-Erzegovina, Kosovo, Macedonia del Nord, Montenegro e Serbia venne solennemente garantita una prospettiva europea di adesione.
Da allora molta acqua è passata sotto ai ponti che ha ostruito la corsa del convoglio rischiando di farlo deragliare. Dopo il “big bang” del 2004 che ha visto l’ingresso in un solo colpo di dieci nuovi membri, nel club europeo è iniziata una fisiologica fase di assestamento non priva di spiacevoli contraccolpi.
La dicotomia fra approfondimento e allargamento caratterizza da molti anni il dibattito sul futuro dell’Unione. I fautori del primo ritengono le riforme interne il prerequisito per l’ampliamento mentre chi spinge sull’acceleratore dell’ampliamento non considera le riforme una priorità. «Non è possibile aprire le porte a nuovi membri se prima non si mette mano ai trattati rendendo il funzionamento delle istituzioni dell’Ue più snello e il processo decisionale più efficiente» sostengono ad esempio Francia e Olanda mentre Ungheria e Polonia ostacolano ogni revisione guardando, comunque, con favore all’ingresso dei candidati all’adesione. Per modificare i trattati, però, occorre l’unanimità così come occorre l’unanimità per ogni passaggio del processo di allargamento.
È una sorta di “Comma 22” (dal famoso film di Mike Nichols) la situazione paradossale in cui si è incastrata da qualche anno l’Unione Europea. «Vorremmo allargarci ma per farlo dobbiamo riformarci ma poiché non possiamo riformarci non possiamo neanche allargarci anche se promettiamo che prima o poi lo faremo», è il messaggio contorto e indecifrabile proveniente da Bruxelles rivolto ai sei Stati balcanici. Come e quando non è dato sapere anche perché ad aggravare la situazione si aggiungono le incombenze domestiche dei singoli Paesi membri.
Emblematico, a questo proposito, è il caso della Francia che blocca la liberalizzazione del visto di ingresso nello spazio Schengen per i cittadini kosovari nonostante il Kosovo abbia ottemperato da tempo a tutte le richieste avanzate da Bruxelles. Nel maggio del prossimo anno si terranno le elezioni presidenziali e Macron vuole evitare di trovarsi a fare i conti in piena campagna con una possibile, ma alquanto improbabile, impennata di richiedenti asilo. Una situazione analoga si registra fra la Bulgaria e la Macedonia del Nord con Sofia, a sua volta avvitata in una lunga campagna elettorale, che vieta l’apertura dei negoziati di adesione con il governo di Skopje per una presunta narrazione distorta della storia comune. I tentennamenti dell’Unione hanno trasformato i Balcani in uno spazio di competizione geopolitica in cui si sono incuneate Cina, Russia e Turchia che ambiscono a espandere le proprie aree di influenza approfittando della disillusione delle opinioni pubbliche della regione.
La presidenza slovena del vertice di Brdo voleva indicare nella dichiarazione finale il 2030 come possibile data per l’inclusione dei nuovi paesi nell’Ue ma la proposta è stata bocciata. I leader europei continuano a ripetere che il futuro dei Balcani è nell’Unione ma alle parole non seguono i fatti nonostante i trenta miliardi di euro stanziati da Bruxelles per i Paesi candidati.
C’è chi dice che il processo di allargamento è clinicamente morto. Non basta certo la replica di una commedia a rianimarlo.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
