Il Tirreno

Toscana

Si uccide a 16 anni, il pedagogista: «Il Covid ha reso i giovani più fragili, noi prof proviamo a capirli meglio»

Giorgio Billeri
Lamberto Giannini
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Lamberto Giannini

Lamberto Giannini è uno dei professori più conosciuti di Livorno, amatissimo dai suoi ragazzi

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LIVORNO. «Il dolore, anzitutto. Il dispiacere, lo smarrimento. La vicinanza alla famiglia, ma anche ai miei colleghi docenti che passeranno un periodo molto difficile».

Lamberto Giannini è uno dei professori più conosciuti di Livorno, amatissimo dai suoi ragazzi. Insegna al Liceo Classico, ma è noto anche come pedagogista e come “cuore” della compagnia teatrale Major Von Frintzius, che unisce attori disabili e normodotati. Un punto di vista importante e qualificato per capire qualcosa di più nel rapporto tra scuola, ragazzi e genitori.

La tragedia di ieri pomeriggio a Livorno, un ragazzo di 16 anni si è tolto la vita per una brutto voto a scuola, lo lascia interdetto. «Non posso parlarne direttamente, non conosco il ragazzo e la sua storia. In questo caso però il rapporto tra causa ed effetto è davvero scioccante, estremo. Difficile anche immaginare cosa possano provare i genitori ma anche gli insegnanti».

La paura del voto, di essere giudicato in famiglia. La fragilità. Cosa legge in questa tragedia?

«Premetto che la scuola non può evitare di dare brutti voti, perché verrebbe meno al suo compito principale. Quello che però mi sento di dire è che noi insegnanti dovremmo essere formati, più che in infiniti protocolli sulla privacy e sul modo di comportarsi in relazione al Covid, proprio al modo di rapportarci con i ragazzi e di conseguenza con le loro famiglie. Qualche votaccio, e non potrebbe essere altrimenti, l’ho dato anch’io ma dovremmo iniziare a capire meglio questa generazione».

Nella quale emerge molto la fragilità...

«Personalmente ritengo che la fragilità sia bellezza. Nel senso che tanti dei ragazzi di questa generazione sono diamanti grezzi che vanno coltivati e sgrezzati, ma che se maneggiati nella maniera sbagliata si possono anche rompere. D’altra parte, sono proprio i più giovani ad avere sofferto maggiormente gli effetti della pandemia e del lockdown: sono stati a lungo soli e compressi, e magari adesso vengono giudicati con troppa facilità se una sera escono e fanno troppo casino davanti a un locale o vanno troppo forte con il motorino».

Come se ne esce, secondo lei?

«Con un vero e proprio patto generazionale, venendosi incontro, parlandone. Bisogna fare in modo che i ragazzi si ritrovino, e di non giudicarli troppo, oltre quello che è il rendimento scolastico e che è comunque importante».

Ha vissuto esperienze di ragazzi che si sono lasciati andare a gesti estremi dopo un brutto voto a scuola, tale e tanta era la paura del giudizio delle famiglie?

«Non a questi livelli, ovviamente e per fortuna. Ma ricordo qualcuno che è arrivato a casi di autolesionismo, per una cattiva immagine di sé. Dietro questi episodi c’è un margine di casualità enorme, tanti ragazzi ogni giorno prendono brutti voti ma reagiscono in modi diversi, come le loro famiglie. Ripeto, in momenti come questi prevale il dispiacere».

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