La manifestazione
Tutti i volti di Silvio Orlando: "Il cinema resiste"
L'attore riceve l'omaggio del Lucca Film Festival: "Torniamo nelle sale". Prossima tappa, un film con Virzì
Quarant’anni di carriera ma non smette di crederci. Crede profondamente nel valore del cinema e nella sua forza dirompente di incollarti alla poltroncina di una sala, di farti immergere in una storia che non conoscevi e che diventa tua, di lasciarti uscire diverso. Ci crede, e infatti non smette di ripeterlo questo messaggio. Non si ferma mai Silvio Orlando, attore davvero senza bisogno di presentazioni. Sessantaquattro anni, napoletano, è lui l’indimenticabile volto del professor Vivaldi ne “La scuola” di Daniele Luchetti, del disoccupato di “Sud” di Gabriele Salvatores, uno degli interpreti preferiti di Nanni Moretti e Paolo Virzì. E sono solo alcuni titoli e registi a cui è legato: la lista dei film che ha interpretato è lunghissima così come l’elenco dei ruoli in cui si è calato a teatro. Sarà il suo volto rassicurante, come la sua voce parlando con lui: oltre che nella storia del cinema italiano, Orlando è entrato nelle famiglie e nella quotidianità degli italiani. Spesso un anti eroe: semplicemente “uno di noi”.
Il Lucca Film Festival Europa Cinema in corso in questi giorni ha omaggiato Silvio Orlando, gli ha conferito il premio alla sua quarantennale carriera fra grande schermo, piccolo schermo e palcoscenico. Alla rassegna cinematografica lucchese, inoltre, Orlando ha presentato uno dei film con cui è stato protagonista a Venezia, “Il bambino nascosto”, di Roberto Andò.
Come sta il cinema, signor Orlando?
«Questa è stata una bellissima annata per la produzione dell’industria cinematografica italiana. La proposta che ne è uscita è molto alta dal punto di vista della qualità dei film realizzati e anche molto numerosa. Forse un po’ di pausa, dopo tanti film di autori a volte spuntati dal nulla, ha fatto bene. Con la pandemia, abbiamo vissuto una sorta di “fermo biologico”, ma devo dire che per il ma ha avuto un effetto positivo, rigenerante, considerati i film che sono nati in quest’ultimo periodo».
Le persone hanno ripreso a frequentare le sale cinematografiche?
«Non molto, purtroppo. In giro c’è ancora molta paura del Covid, paura di incontrarsi e anche di convivere nello stesso spazio con tante altre persone. Non siamo più abituati a stare con gli altri, piuttosto abbiamo preso a stare da soli o con le persone della nostra cerchia ristretta. Ma chi ha voglia di vivere il cinema per quello che davvero dev’essere, non può farlo stando a casa, vedendo i film dal suo salotto. Al cinema in primo luogo si va per fare un’esperienza. Perché è così: entri in una sala per vedere un film e speri di uscire diverso, e quasi sempre accade. Questa sensazione a casa non può esserci, non si può provare».
Il Lucca Film Festival quest’anno le ha assegnato un premio importante, un riconoscimento a tutto tondo alla sua carriera (anche di regista teatrale, oltre che di interprete). Che aria si respira ai festival in questo periodo? Solo poche settimane fa era alla Mostra di Venezia con due film.
«Un festival cinematografico è sempre uno luogo bellissimo e già solo questo motivo varrebbe il viaggio per andarci. A maggior ragione quando il festival si svolge nella provincia, che, ne sono convinto, è la vera anima dell’Italia. Sempre, per un film, se manca il pubblico della provincia, allora è un film è riuscito a metà. È vero però che dal punto di vista delle presenze nelle sale cinematografiche, la provincia soffre molto di più rispetto alle grandi città. Ma il motivo probabilmente, almeno a mio avviso, è da ritrovarsi nel fatto che in provincia si vive così bene che le persone si impigriscono un po’, ed è un vero peccato».
La Toscana le piace?
«Farmi questa domanda è come chiedermi se mi piace la Pietà di Michelangelo. La Toscana mi piace moltissimo. Perché voi toscani siete riusciti a preservarla ma evitando, allo stesso tempo, di rimanere arretrati. Voi toscani non avete compiuto un “sacco” del territorio, come invece è avvenuto in molti luoghi dell’Italia. Avete saputo rispettare il genius loci (lo spirito del luogo, ndr), e questo è molto bello».
Il premio che ha ricevuto a Lucca le ha fatto piacere?
«Certo che mi ha fatto piacere. Devo dire però che è il sesto premio alla carriera che ricevo in due mesi e questo mi inquieta un po’. Ma d’altra parte gli anni passano: ne sono passati quaranta da quando ho iniziato a lavorare per il cinema e per il teatro».
Se si guarda all’indietro è soddisfatto del suo percorso, della sua carriera fin qui?
«Sì, sono contento. Ma io, nella mia vita di attore, non ho mai ragionato in termini di carriera. Sei continuamente risucchiato dagli impegni, dalle cose che si susseguono, alla fine non fai caso al tempo che scorre, non badi alla carriera come va. Nel mio percorso credo di essere stato sempre molto coerente: questo credo che sia un mio tratto costante, che mi riconosco».
Lavora sempre molto? Oltre che nel cinema anche in teatro, che è sempre stato molto presente nella sua vita di attore.
«Ad oggi cerco di lavorare il giusto e non per forza. In teatro ho lavorato sempre, con continuità nel corso degli anni, mentre con i film ho avuto blocchi anche molto lunghi. Infatti era dal 2016 che non giravo film, perché non trovavo un copione bello da interpretare».
E poi ne ha trovati due: in “Ariaferma” di Leonardo Costanzo interpreta un terribile boss della malavita con un aspetto umano; invece ne “Il bambino nascosto”, interpreta un professore che vive da solo e all’improvviso si trova a dover gestire un bambino di dieci anni.
«Sì, gli ultimi due film che ho interpretato e portato al festival di Venezia mi sono piaciuti per i temi che contengono, per i messaggi che vogliono trasmettere. Si parla di malavita, di bambini. Ma non mi sono fermato un’altra volta con il cinema».
A cosa sta lavorando adesso per il cinema?
«Ho già concluso le riprese anche di un altro film, per la regia di Paolo Virzì (con Monica Bellucci, Claudia Pandolfi, Valerio Mastandrea, Max Tortora e un cast ricchissimo di attori italiani, ndr). Vedrete, sarà un kolossal apocalittico. Si intitola “Siccità”: è un film per tutti. Parla di mancanza, di perdite, di migranti».
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