Gioco
Bonafè riunisce la segreteria Pd. La guerriglia? Era una finta
La sinistra dem aveva promesso lotta dura senza paura contro l’ex renziana e i suoi blitz a pochi giorni dal voto; gli zingarettian-orlandiani improvvisamente diventano amiconi della Simo, allineati alla segretaria, tutti d’accordo. Tre ore di mini conclave, quindici minuti di tempo ad ogni componente
FIRENZE. Doveva essere una polveriera, l’atmosfera è da sala da tè. La sinistra dem aveva promesso lotta dura senza paura contro l’ex renziana e i suoi blitz a pochi giorni dal voto; gli zingarettian-orlandiani improvvisamente diventano amiconi della Simo, allineati alla segretaria, tutti d’accordo. Tre ore di mini conclave, quindici minuti di tempo ad ogni componente. Tutti a incensare l’analisi del voto di Simona Bonafè. A dirle che sì, perbacco, parole sante, d’ora in poi il «Pd toscano dovrà cercare le alleanze più larghe possibili», pure con i Cinquestelle, ci mancherebbe, «ma basandole sulla condivisione del programma, e comunque dovrà essere il baricentro della coalizione», dice nella sua introduzione l’europarlamentare e segretaria. Qualche voce critica? Un sussulto di dissenso? Macché. Nessuno che le rimproveri ciò che li aveva fatti infuriare meno di dieci giorni fa, e cioè di aver annunciato la composizione della nuova segreteria, attesa da quasi un anno, a cinque giorni dal voto. «Prova a cristallizzare gli equilibri interni per non dover rispondere dei flop alle comunali», mugugnarono i peones della sinistra del partito. «È solo la sua proposta», tuonò Valerio Fabiani, membro della direzione nazionale ed ex vicesegretario silurato proprio da Bonafè.
Nulla invece è ciò che succede nella riunione di insediamento della nuova segreteria. Non un caso. Del resto dopo lo scazzo c’è stato un passaggio non proprio ininfluente: la vittoria di Enrico Letta a Siena, la linea dettata dal capo del Nazareno sulle alleanze e pure una dichiarazione rilasciata a Grosseto in cui gelava ogni tentativo di guerriglia. «Polemiche sulla segreteria? Nessuna. È unitaria, siamo tutti d’accordo». Una strigliata ai sabotatori. «Massì, basta, siamo stufi delle liti e delle divisioni», confessa un membro dell’area. «Ora dobbiamo metterci al lavoro, aprire la discussione sull’identità da dare al partito, ma innanzitutto rimboccarci le maniche per i ballottaggi», dice Bonafè. Perché «a Massarosa e a Sansepolcro possiamo farcela». In Versilia potrebbe tornare lei stessa a dare una mano a Simona Barsotti. Nella città aretina i dem lavorano per portare Roberto Speranza. L’unico che scuota la pace dei sensi lettiana è Emiliano Fossi, il sindaco di Campi. «È necessario un chiarimento fra le varie anime», dice, aggiungendo però di condividere le parole della segretaria. Che in fondo – racconta chi c’era – «la Simo è sembrata più rossa dei rossi, più aperta ai grillini che a Italia Viva». È vero, ai renziani riserva i rimbrotti maggiori: a Pontremoli, Seravezza e San Vincenzo hanno favorito o fatto vincere la destra. Ma l’atmosfera è talmente irenica che a un certo punto il dibattito sulle alleanze sfiora un che di promiscuo, libertino, politicamente osceno. Massimiliano Pescini, il coordinatore, ex renziano e uomo forte di Luca Lotti, sostiene con una certa gravitas che «l’evoluzione del M5S va seguita e il magma Cinquestelle deve essere legato al centrosinistra». Il magma, sì, dice così.
È davvero scoppiata una pace lettiana. State sereni.
Mario Neri
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