Il dolore
Voto in picchiata, l'esperto: «Fenomeno difficilmente reversibile». Ecco i motivi
Candidati deboli, campagna «cauta» per non dare la spallata al governo Draghi. Ecco alcune ragioni che hanno favorito la disaffezione alle urne in questa tornata
Votiamo sempre in meno. E voteremo sempre in meno. Secondo un fenomeno «difficilmente reversibile». Che magari si potrà correggere, un po’. Ad esempio, se la nuova legge elettorale, per il parlamento, sarà «meno barocca». Meno esposta ai giochi d’aula e di partito. E darà agli elettori il senso che il proprio voto conta. Non come ora. È anche per questo che ci allontaniamo sempre più dalle urne. Il dato impressionante in Toscana è proprio quello di Siena: alle suppletive della Camera – seggio lasciato vuoto un anno fa dall’ex ministro Pier Carlo Padoan – affluenza più che dimezzata in tre anni: 78,51% nel 2018; 25,93% nel 2021. Alle comunali è andata appena un po’ meglio. Ma avremo sindaci eletti magari solo da un elettore su tre. Per una somma di fattori, spiega Edoardo Bressanelli, ricercatore di Scienza politica alla scuola superiore Sant’Anna: la scelta di candidati deboli; la trasformazione dei partiti in «etichette elettorali», senza più identità specifica né militanti; una campagna elettorale più cauta, mirata a proteggere la tenuta del governo di larga coalizione.
Dottor Bressanelli, perché gli elettori rinunciano a esercitare il diritto di voto, la forma più diretta di democrazia?
«Dobbiamo dividere in modo chiaro le cause di lungo periodo e le cause contingenti, che possono diventare anche esse di medio e lungo periodo. Il trend decrescente nella partecipazione elettorale (in qualunque tipo di elezione) è una tendenza di lungo periodo, progressiva, che riguarda tutto l’Italia e non solo: la partecipazione elettorale declinante caratterizza le democrazie avanzate, è un elemento strutturale, che ha che fare con le trasformazioni sociali, con il nuovo ruolo dei partiti, con il fatto che la partecipazione ha assunto forme diverse affidate ai social network. Riguardo alle elezioni locali, c’è un dato interessante. In passato dicevamo: “Il presidente del consiglio deve diventare il sindaco d’Italia. Eleggiamolo direttamente, perché i cittadini sentono il sindaco più vicino, partecipano di più al voto. Ma a giudicare dai risultati, evidentemente c’è un problema anche con l’elezione dei sindaci. C’è un disamore, una sfiducia un disinteresse che sembra riguardare anche il livello di governo più vicino ai cittadini».
Come spiega questa disaffezione al voto anche del proprio sindaco?
«Parlare di elezioni del sindaco significa mettere insieme elementi molto diversi: si va dal Comune con pochi abitanti alla metropoli. Un elemento importante, che riguarda probabilmente soprattutto i comuni più grandi, è “contingente”: siamo in un momento in cui la politica è stata messa “in ghiaccio”. In questo particolare momento in cui c’è un governo di grandissima coalizione, in cui tutte le forze politiche supportano il presidente del consiglio Mario Draghi che ha un mandato particolare di implementazione di un piano di ripartenza finanziato da fondi comunitari, non era in gioco una spallata al governo. Molto spesso in passato si diceva: “Se il partito X non vince in tot regioni, o in tot comuni, beh il presidente del consiglio si deve dimettere”. Il presidente D’Alema si è dimesso perché ha perso le Regionali. Questo fattore nazionale, molto mobilitante, in queste elezioni è mancato. Stavolta, i partiti hanno fatto una campagna elettorale più timida, più cauta, non potevano tirare in ballo il governo».
Questa ragione non può spiegare il crollo dell’affluenza.
«C’è un secondo elemento che ha che fare coi partiti. Con il fatto che i partiti italiani stanno vivendo una transizione continua. L’offerta elettorale non è molto chiara. Abbiamo visto le difficoltà che ha avuto il centrodestra a trovare i candidati nelle principali città italiane, Roma e Milano. Quando sei un elettore di quella coalizione politica, di uno dei partiti del centrodestra e vedi che i candidati per i tuoi Comuni sono trovati tardi e sono frutto di un compromesso al ribasso, il fattore mobilitante viene un po’ meno. In questo senso, la scelta di candidati deboli non ha certo giovato alla campagna elettorale né alla mobilitazione».
Questo vale anche per i Comuni più piccoli?
«In parte. È un dato di fatto che i partiti siano sempre più debolmente radicati sul territorio. Le sezioni di partito non ci sono più. La struttura subisce un declino irreversibile e continuo, solo in parte compensato da nuove forme di partecipazione attraverso social network grazie ai quali partiti ed elettori si tengono in contatto in modo virtuale».
Siamo tornati alla crisi dei partiti.
«Questo fattore influisce in Italia più che altrove. Con la morte dei partiti storici, iconici, abbiamo visto molti partiti nascere (M5S), ristrutturarsi, aggregarsi, trasformarsi: ma questo processo non è un fattore di identificazione per l’elettore, né di militanza. Questi partiti sono etichette, raggruppamenti parlamentari che poi esprimono candidati, sono cartelli elettorali, non sono partiti di massa strutturati su territorio e la partecipazione non può che risentirne».
C’è un modo per invertire questa tendenza?
«I fattori di lungo periodo, a mio avviso, sono difficilmente invertibili perché hanno a che fare con trasformazioni della società, ma si possono correggere. Si può facilitare la partecipazione. Penso, ad esempio, alla futura legge italiana per le Politiche. Avere una legge elettorale troppo barocca, troppo complessa, che lascia molto spazio ai giochi parlamentari o di partito rispetto a una legge che permette agli elettori di esprimersi direttamente e vedere che il loro voto di avere effetto può ulteriormente deprimere la partecipazione. Quindi anche in questo senso, l’ingegneria istituzionale può facilitare alcuni meccanismi, anche se non può invertire la rotta. Però una legge elettorale sbagliata ulteriormente penalizza e deprime la partecipazione politica».
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