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Trionfo Letta: «Si vince oltre il Pd»

Trionfo Letta: «Si vince oltre il Pd»

Il segretario conquista il seggio alla Camera: «Io sarò come il Cav, federatore a sinistra»

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SIENA. Fra gli irriducibili del vecchio corso c’è chi è sobbalzato stizzito a sentirlo così determinato. «Si vince se si allarga la coalizione e si va oltre il Pd», dice Enrico Letta al comitato elettorale allestito all’hotel Garden circondando dai dirigenti e dai big toscani del partito. Con buona pace di chi lo aveva criticato per aver concepito la sua corsa senza logo del partito. Anche perché il partito «sarà il baricentro» delle nuove alleanze, ma se oggi è il primo in Italia, strappa tre città al primo turno e affronta col turbo i ballottaggi a Roma e Torino e lui riesce a conquistare il seggio alla Camera vincendo le elezioni suppletive nel collegio di Siena col 49 per cento dei consensi, dieci punti sopra l’avversario Tommaso Marrocchesi Marzi, è perché i dem hanno «ritrovato l’unità e l’umiltà». Messaggio neanche troppo cifrato a chi tuttora si attarda sulla vecchia strada del renzismo.

Perché certo, quest’affermazione dem e del centrosinistra cambia gli equilibri nei rapporti fra il leader e i gruppi parlamentari, ma non era la posta in gioco più importante. «Non vado in Parlamento per controllare le truppe», chiarisce il segretario. In fondo ormai le truppe si son quasi tutte allineate alla lotta di Letta.

«Letta continua», era nata pure una chat. Ieri lo si è capito poco dopo le tre.

«In serena attesa», ha retwittato il leader pisano, riecheggiando lo «stai sereno» con cui Matteo Renzi lo liquidò da Palazzo Chigi. Ecco, l’autrice di quel tweet è Lucia De Robertis, aretina, ex fedelissima del senatore di Scandicci. Senza contare il plauso arrivato da molti lottiani e da Lorenzo Guerini, capo di Base riformista.

Ma non è il risiko delle correnti ad interessarlo, né si era gettato in quella che definisce la «campagna più bella e difficile della mia vita» per questo. Quella del Pd lettiano è una specie di rivincita. Consacra la sua nuova linea, le alleanze variabili, il campo largo prodiano come schema vincente, legittimando la sua leadership in tutto il centrosinistra. E certificano una mutazione politica del Nazareno. Pacato ma radicale, magari ancora un po’ professorale, ma non più espressione di quel permanente moderatismo un po’ indistinto e sfumato che lo rendeva il bravo supplente di tutti, ma davvero titolare di nulla, Enrico Letta sposta il baricentro del Pd a sinistra e sa che d’ora in poi potrà fare da perno anche delle decisioni dell’esecutivo di Mario Draghi.

«Questa grande vittoria rafforza l’Italia perché rafforza il governo Draghi». Non solo. Può recuperare al Pd un ruolo da protagonista nella partita del Quirinale. Non è un caso che sia forse il meno convinto che il presidente del consiglio possa transitare da Palazzo Chigi al Colle. «Sulla scia di questo risultato potrei invocare il voto anticipato, ma non sarebbe responsabile».

Ora potrà sfruttare le debolezze del centrodestra, le divisioni fra Salvini, Meloni e Berlusconi. Il centrodestra «non c’è più», dice, «perché è orfano di un federatore», cioè del Cav. E lui, nipote del Gianni Letta che al Cav ha fatto da consigliere per anni, ora può fare da sarto del centrosinistra.

«Sì, credo che il Pd possa fare da baricentro». L’irrilevanza grillina gli consente di considerare Giuseppe Conte un «alleato», non certo più il punto di riferimento. Con Carlo Calenda «una convergenza sarà inevitabile». Insomma, sarà lui a dettare i giochi. In fondo è convinto di aver recuperato il terreno perduto dal renzismo. «Abbiamo vinto la battaglia sul territorio, non su Twitter o nei salotti, ma sul campo, nei paesi, nelle frazioni, nei quartieri».

Insomma, crede di aver riconnesso il Pd alla sua base, e ricostruito il filo rosso della sinistra spezzato nelle periferie. In parte corregge anche la rotta. Se finora si era intestato le battaglie sui diritti, come lo ius soli e la legge Zan, adesso mette fra le priorità «il lavoro, il sociale, i giovani, la salute, la prossimità». E perfino due «parole che avevamo perso: sicurezza e libertà». Vessilli della destra. Con Eugenio Giani, Simona Bonafè e Dario Nardella, tutti ex renziani corsi a festeggiarlo, si lascia andare: «Serve unità e umiltà, dobbiamo tornare un partito di popolo, non essere percepiti come un partito di potere». Del resto ha vinto in 32 comuni su 35 del collegio, e nonostante in questi mesi sia stato perseguitato dall’ombra di Mps, la banca che rischiava la liquefazione per mano di Pier Carlo Padoan, l’ex ministro diventato presidente di Unicredit, il gruppo che vorrebbe comprare e smembrare il Monte.

«Abbiamo vinto a Siena città e a Cortona, dove governa la destra. Abbiamo vinto in tre città al primo turno mentre cinque anni fa ne conquistammo due ma al ballottaggio. E Roma e Torino saranno nostre». Certo, il dato dell’astensione lo preoccupa. A disertare le urne sono stati i voti anti-sistema. Ma quel dato, è convinto, «vale per tutti».

E poi, «in questi sei anni fuori dall’Italia – dice – ho imparato a non farmi condizionare dagli analisti e andare a dritto per la mia strada». Un Letta continua.

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