Sicurezza
Salvini ko, FdI resta al palo
Nella Lega si preannuncia la resa dei conti, ride solo Forza Italia in Calabria
Crolla a Milano e Napoli, approda ai ballottaggi ma con numeri inferiori alle attese, non sfonda neppure in città come Trieste dove aveva tutti i favori dei pronostici. E poi percentuali addirittura imbarazzanti per i voti di lista, come a Milano, dove il duello per il primato interno alla coalizione si risolve con un misero 11 per cento per la Lega e sotto il 10 per Fratelli d’Italia. Per il centrodestra è una tornata elettorale che lascerà un sogno profondo, in primis nella Lega.
È Matteo Salvini a uscirne peggio, anche se Giorgia Meloni ha poco da festeggiare: stare all’opposizione, malgrado le sirene dei sondaggi, non ha portato granché.
A parte Forza Italia, che può consolarsi con la vittoria di Roberto Occhiuto neo presidente della Regione Calabria, il resto è una debacle: la destra sovranista è alle corde. E il leader della Lega, che di quel fronte fino a pochi mesi era il portavoce principale, adesso avrà molto da fare per cercare di recuperare il terreno e non cadere.
«Sono contento di essere il primo a commentare, sono abituato a metterci la faccia e non a dare colpe agli altri» sono state le sue prime parole. A cui sono seguiti un’autocritica per la scarsa affluenza alle urne («abbiamo presentato i nostri candidati troppo tardi e occorre essere più concreti sulla vita reale») e soprattutto un avvertimento: «Oggi gli italiani votavano per eleggere i sindaci, se qualcuno usa il voto per abbattere il governo di unità nazionale si sbaglia di grosso, noi qua siamo e qua rimaniamo».
Messaggio chiaro rivolto in particolare all’interno del suo partito, dove la sconfitta elettorale potrebbe innescare la resa dei conti tra la Lega di lotta e quella di governo. Da parte dei gruppi parlamentari si preannuncia la richiesta di una convocazione urgente della segreteria.
«Bisogna ridefinire una linea precisa – dice un esponente di spicco della vecchia anima lumbard del partito – adesso è troppo confusa. Quando stavamo al governo con Giuseppe Conte vincevamo perché la nostra identità era chiara, riconoscibile. Adesso no, neanche sui vaccini. Non si può condividere le responsabilità di governo e strizzare l’occhio ai no-vax, non si può guidare il Paese a fianco di Mario Draghi e non presentarsi come un partito dichiaratamente europeista».
Una posizione opposta a quella di chi, dai parlamentari della vecchia guardia, viene definita “la Setta”, ovvero quel gruppo rappresentato in parlamento e nelle piazze dai vari Claudio Borghi, Massimo Pillon e Alberto Bagnai che come prima sull’euro adesso sul Covid continua a tenere posizioni ambigue, lontane dal governo, inseguendo un linguaggio neo populista e il miraggio sovranista.
Proprio dalla “Setta” sarebbe già partito il pressing sul Capitano per lasciare l’esecutivo e tornare all’opposizione, per fare, come Giorgia Meloni la parte di chi sta lontano dall’establishment.
Meloni che però dal non “sporcarsi le mani” con il governo Draghi non ha tratto vantaggi degni di nota. Enrico Michetti, il candidato sindaco di Roma scelto e imposto alla coalizione da Fratelli d’Italia, malgrado la divisione nel centrosinistra tra Roberto Gualtieri e Carlo Calenda si attesta su un deludente 30 per cento. E in generale i sondaggi che la davano con il vento in poppa sono stati smentiti un po’ in tutti i comuni più importanti: attorno al 10 per cento a Torino (poco sotto la Lega), meno del 5 a Napoli (dove la Lega neanche c’era), sotto il 10 in Calabria (di gran lunga meno di Forza Italia), attorno al 18 nella capitale, la città della presidente del partito.
«La sinistra non festeggi, la partita è ancora aperta, specialmente a Roma» ha commentato Meloni cinque ore dopo la chiusura delle urne, sparando contro il Movimento cinque stelle («è scomparso, siamo tornati al bipolarismo») e lanciando una sfida al segretario del Partito democratico: «FdI è disponibile a votare Draghi alla presidenza della Repubblica a patto che si vada a votare subito. Se Enrico Letta e il suo partito sono coerenti e così sicuri delle loro capacità e possibilità facciano lo stesso».
Ma la botta per il centrodestra è forte. E la delusione evidente. Gli unici a poter sorridere sono quelli di Forza Italia, con la vittoria in Calabria. «Quando noi riusciamo a trainare la coalizione si vince» è il commento a caldo di Alessandro Cattaneo, che – bacchettando gli alleati – sottolinea come «dove i candidati sono stati scelti bene, scelti da Forza Italia, sono arrivati i risultati. Vedo anche che l’era del civismo – aggiunge l’esponente forzista – è un po’ superata, non esistono candidati civici buoni contro candidati politici cattivi pregiudizialmente. Quando la politica ci si mette riesce a proporre persone credibili».
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