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Oltre la Spigolatrice: hanno ancora un senso le statue celebrative?

Oltre la Spigolatrice: hanno ancora un senso le statue celebrative?

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È ormai un’attrazione turistica la statua bronzea della Spigolatrice inaugurata a Sapri (Salerno) alla presenza, tra gli altri, dell’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte. L’opera è stata oggetto di polemiche furiose: realizzata con forme provocanti, è assurta a simbolo del sessismo. In molti chiedono che venga abbattuta perché diseducativa e fuorviante, legata a uno stereotipo maschilista del corpo femminile che non riesce ad astenersi neanche di fronte all’icona risorgimentale della contadina ottocentesca. L’artista si difende: «Ho rappresentato un’ideale di donna». Un’occasione per riflettere sul senso di questa statua e dei monumenti celebrativi in generale. Ne scrivono per noi Dario Matteoni, direttore dell’Accademia di Belle Arti "Alma Artis "di Pisa; e Mauro Papa, direttore del Polo culturale Le Clarisse di Grosseto.

Dario Matteoni (storico dell’arte): L’icona social più concreta del bronzo

Nei giorni scorsi un’accesa polemica, suscitata dalla scultura che raffigura la spigolatrice di grano recentemente inaugurata sul lungomare di Sapri, ha invaso con commenti dalle diverse sfaccettature il web. È assai probabile che in assenza dei social questa scultura avrebbe avuto minore risonanza e forse avrebbe provocato solo il commento di qualche critico d’arte, sullo stile di Vittorio Sgarbi, certo poco convinto della validità dell’opera o dell’attualità di una rievocazione dai toni decisamente inadeguati.

La vicenda da cui trae spunto la statua è assai nota: la spigolatrice del grano in una delle più famose poesie di Luigi Mercantini, rievoca l’episodio della fallita spedizione di Sapri di Carlo Pisacane. La poesia ha, poi, un risvolto decisamente rosa: la contadina assiste allo sbarco del gruppo di combattenti antiborbonici e subito si innamora del loro condottiero. Recita infatti la poesia: «Con gli occhi azzurri e coi capelli d’oro un giovin camminava innanzi a loro. Mi feci ardita, e, preso per la mano, gli chiesi: "Dove vai, bel capitano? "».

La polemica si è incentrata sulla curiosa iconografia scelta dallo scultore incaricato dal comune di Sapri di realizzare l’opera: una donna con gli abiti aderenti, quasi bagnati dai flutti marini, così da mettere in evidenza la formosità del corpo femminile. Certo un’immagine distante da quella contadina celebrata dal poeta, letteralmente rapita dagli ideali risorgimentali e ben lontana da qualsiasi possibile declinazione di carattere sessuale.

Un primo quesito sorge, quindi, spontaneo. È ancora possibile trasferire un testo letterario, radicato nella storia e diffuso nell’immaginario da numerosi testi liceali, nella figurazione contemporanea? La domanda diviene ancora più pertinente se ci riferiamo alla poesia di Mercatini, così strettamente legata a una visione molto precisa del lavoro nei campi e degli ideali risorgimentali. Il poeta celebra nei suoi versi questa figura idealizzata di donna e non a caso troverà possibili corrispondenze nell’iconografia di un grande pittore dell’Ottocento come Filippo Palizzi, attento osservatore della realtà contadina o ancora, ma con diverso segno, nelle drammatiche scene di Teofilo Patini, intrise della tragicità del vivere di quelle popolazioni.

A ben vedere coloro che hanno criticato l’aspetto "sessista" della scultura del lungomare di Sapri, la trasparenza delle vesti che avvolgono la contadina, la nudità appena visibile della donna, hanno manifestato un sentimento di evidente nostalgia per l’immagine di un’eroina che forse già al tempo di Mercantini era ben distante dalla difficile condizione esistenziale del tempo.

D’altronde la nostra ricezione dell’opera d’arte è profondamente cambiata a partire dalle avanguardie del Novecento così da rendere davvero anacronistica e lontana dalla sensibilità contemporanea qualsiasi rappresentazione celebrativa o monumentale. Non solo: ogni tentativo di rendere attuale la narrazione del passato dimostra, a maggior ragione, tutta la sua ingenuità come, a nostro giudizio, è accaduto per la scultura di Sapri. Dobbiamo, quindi, chiederci se nella società contemporanea queste forme celebrative, trasferite nella pietra o nel bronzo di una statua, possano svolgere ancora una funzione di memoria; o non rispondano piuttosto a logiche politiche. Abbiamo assistito in tempi recenti alla furia iconoclastica che si è abbattuta su monumenti e sculture celebrative di personaggi più o meno giustamente associati a vicende storiche considerate, a torto o a ragione, aberranti; valga per tutti caso di Cristoforo Colombo.

Sempre di più nella coscienza contemporanea prevale un diverso senso della temporalità e l’opera d’arte non è data dall’apparenza più o meno riuscita della sua configurazione. Nella modernità il ricordo del passato, non più lineare e consolatorio, non è più affidato alla sua comunicabilità materiale.

Per assurdo l’idea della spigolatrice di Sapri passa ora non per la sua statua, forse esteticamente assai debole, ma per l’immaterialità della rete, compresa l’ironia delle persone che si fanno i selfie mentre posano la mano sul "lato B". Un gesto che taglia come una freccia la stessa storia della protagonista della poesia e rende evidenti i diversi paradigmi cui risponde oggi la nostra percezione dell’opera d’arte.

Mauro Papa (storico dell’arte): L’insostenibile invisibilità dei monumenti

Diciamolo subito: la scultura della spigolatrice realizzata a Sapri è brutta. Ed è brutta non perché ha forme sgraziate o scandalose, ma perché è noiosa. Come definire altrimenti una scultura che replica, senza alcun tipo di originalità, un’immagine vista miliardi di volte nelle pubblicità o nelle riviste patinate? Questa spigolatrice sexy segue un modello di femminilità così abusato e conformista che non riesce neanche a essere, come sostengono molti detrattori, provocante o morbosa. È semplicemente noiosa e nessuno ne avrebbe parlato se la sua realizzazione non si fosse inserita nel dibattito sull’arte pubblica che oggi, grazie alla "cancel culture", prevede la rimozione dei monumenti ritenuti offensivi per i loro contenuti discriminatori, razzisti o sessisti.

Dieci anni fa questa statua ammiccante sarebbe stata semplicemente ignorata. Oggi, invece, stiamo qui a disquisire su come dovrebbe essere rappresentata una spigolatrice e litighiamo su forma, funzione e verità dell’arte. Qualcuno attacca: «Una contadina dell’Ottocento non aveva un corpo da top model e non vestiva abiti così attillati e impudici. Non era meglio ispirarsi alle celebri e realistiche spigolatrici di Millet? » L’autore dell’opera, il giovane scultore Emanuele Stifano, si difende: «Non doveva essere un’istantanea fedele di una contadina dell’Ottocento, voleva bensì rappresentare un’idea di donna, evocarne la fierezza, il risveglio di una coscienza». Così, ancora una volta, risulta evidente come l’idea di fierezza e coscienza femminile, quando viene rappresentata da un uomo, non riesca a trovare riferimenti iconografici migliori del volto di Barbie e delle natiche prorompenti delle attrici di Tinto Brass.

Però, a essere sinceri, penso che il punto essenziale non sia questo e che la spigolatrice, anche se fosse stata rappresentata veristicamente con abiti campestri e corpo sformato dalla fatica, avrebbe stimolato le stesse sensazioni di noia mortale prodotte dalla spigolatrice soubrette. Perché sarebbe comunque stata l’ennesima scultura calata dall’alto nello spazio pubblico, come un meteorite alieno, invisibile alla comunità e utile solo alla visibilità del politico committente e alle velleità esibizionistiche dell’autore. Come diceva Robert Musil, «la cosa più strana nei monumenti è che non si notano affatto; nulla al mondo è più invisibile». Ma, nonostante nessuno li veda, siamo ancora qui a imporre ai cittadini monumenti statuari banali e retorici, con la presunzione e il paternalismo di doverli educare mentre le vere persone da educare siamo noi, cioè coloro che non riescono a vedere ciò che ci circonda. E ciò che ci circonda sono i busti di Garibaldi vandalizzati e le opere di street art di Banksy o di Blu che invece, molto spesso, vengono rispettate. Perché bisogna finalmente ammettere - senza inoltrarsi nel campo minato del giudizio sull’educazione e l’ignoranza dei giovani - che i vecchi busti di Garibaldi non parlano più a nessuno, mentre le opere d’arte pubblica che utilizzano linguaggi nuovi riescono ancora a farsi vedere e ascoltare.

E, badate, non è questione di contenuti, ma di metodo e di forma. Anni fa, a Carrara, ci fu una bellissima mostra, intitolata "Post monument", che indagava il valore dei monumenti tradizionali e l’opportunità di realizzarli ancora, una volta esaurita storicamente la funzione di memoria collettiva ed enfatizzata la responsabilità di puri emblemi del potere. Le domande importanti emerse da quella mostra furono tante, ma ne voglio ricordare solo una: un monumento deve per forza essere un’opera d’arte? Perché l’arte dovrebbe consegnarci sguardi e visioni nuove, arricchire la nostra sensibilità ed evitare di intorpidirla con rassicuranti stereotipi di presunta e ordinaria bellezza. L’arte dovrebbe attivare emozioni e intelletto, provocare e mai annoiare. Se accettiamo questo assunto e se, allo stesso tempo, ci ostiniamo ancora a collocare nelle piazze sculture invisibili con ambizioni d’eternità, allora non ci resta che una soluzione: decidere che i monumenti non devono per forza essere opere d’arte e, di conseguenza, proclamare il loro diritto a essere brutti e noiosi. Quindi lunga vita alla scultura della spigolatrice di Sapri!

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