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L’antipolitica vuole Draghi al Quirinale

Marco Susini
L’antipolitica vuole Draghi al Quirinale

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Attorno alla figura di Mario Draghi si registrano un consenso e una stima che sono inconsueti per uno scenario politico come quello italiano da sempre avvezzo alle polemiche o, quantomeno, ai distinguo. C’è chi lo vorrebbe al Quirinale (ma sono pochi quelli che lo dicono apertamente), c’è chi ritiene necessario che resti alla guida del governo fino allo scadere della legislatura e non mancano anche coloro che lo vorrebbero di nuovo presidente del Consiglio anche dopo le prossime Politiche.

In questa ultima schiera vi sono autorevoli opinionisti, leader più o meno rappresentativi della galassia centrista e persino un pezzetto del Pd: quelli che ora esaltano l’agenda Draghi, come ieri tifavano per l’agenda Monti che non portò molta fortuna né all’austero professore bocconiano, né tantomeno allo stesso Pd. Tutto ciò senza trascurare i veri e propri peana tributati a Draghi dalla Confindustria bonomiana che peraltro, come un tempo annotava Gianni Agnelli, è sempre stata di per sé filogovernativa. Eppure questa insolita situazione, che ci fa tornare in mente “La grande bonaccia delle Antille” di calviniana memoria, nasconde anche qualche insidia da cui le forze progressiste e in primis il Pd dovrebbero guardarsi. Intanto nei desiderata di chi vorrebbe Draghi per omnia saecula a prescindere dal quadro politico e dai risultati delle elezioni c’è, a mio modesto avviso, anche la cultura limacciosa dell’antipolitica propria di coloro che, insomma, considerano i partiti e la dialettica democratica quasi come un ingombrante e inutile orpello.

In secondo luogo c’è da considerare che l’obiettivo del patto per il lavoro propugnato dal presidente del Consiglio di fronte alla platea confindustriale postula tutta una serie di scelte che non potranno risultare neutrali ma, sicuramente, alimenteranno un naturale conflitto tra sinistra e destra se, come io credo, le differenze tra questi due campi ci sono ed è bene che, in certi frangenti, vengano naturalmente allo scoperto. Parliamoci chiaro: è verissimo che la ripresa economica sta salendo oltre le previsioni, ma è altrettanto vero che solo lo 0,6 dei contratti di lavoro supera la durata di un anno. Vogliamo mantenere questo livello di precarietà che continua a minare le aspettative e le speranze dei giovani o intervenire per esempio correggendo le troppe storture del Job Acts?

Si pensa che debba continuare la vergogna dei ben 985 contratti collettivi registrati quest’anno o si può invece fare qualcosa per disboscare questa vera e propria giungla che si porta dietro pessime condizioni di lavoro e salari da fame? Enrico Letta ha meritoriamente rilanciato la proposta del salario minimo garantito, una misura che esiste in molti Paesi e che, se giocata insieme con la contrattazione, può essere sicuramente utile. Siamo sicuri che i tifosi dell’agenda Draghi saranno d’accordo?

E si potrebbe continuare: il presidente del Consiglio ha detto che non vuole nuove tasse e, in questo particolare momento, ci può anche stare. Prima o poi qualcuno però ci spiegherà come contrastare efficacemente l’evasione e l’elusione fiscale e come finanziare adeguatamente il welfare senza colpire le rendite e i grandissimi patrimoni. E infine sulle pensioni, al di là della stucchevole difesa salviniana di quota 100, si penserà o no una buona volta a salvaguardare coloro che fanno lavori usuranti e/o pericolosi?

Insomma la popolarità di Draghi è un fatto positivo e un’iniezione di fiducia per il Paese ancora alle prese con la pandemia. Prima o poi però si dovranno affrontare alcuni di questi nodi e, forse, delle insidiose procelle cominceranno a smuovere la bonaccia.



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