Sicurezza
I sogni di Alberta non hanno età: laureata in psicologia clinica a 56 anni
San Miniato. Alberta Marottoli fa l’assistente amministrativa nella segreteria di una scuola superiore: «Ho coronato un sogno che coltivavo da tanti anni»
SAN MINIATO. I sogni – a differenza degli yogurt – non hanno una data di scadenza. Potrebbe essere un ottimo slogan pubblicitario, oppure una frase da Baci Perugina. Ma potrebbe esser anche il riassunto in dodici parole della vita di Alberta Marottoli, 56enne di San Miniato (terra di tartufi e anche degli avi di Napoleone).
Alberta, che fa l’assistente amministrativa nella segreteria dell’istituto superiore Cattaneo di San Miniato, si è appena laureata in “Scienze tecniche di psicologia clinica”, un corso di laurea triennale dell’ateneo pisano. Nel giro di quattro anni si è prima diplomata con 100/100 (alle serali dell’Ipsia di Pontedera, terra della Vespa) e poi ha deciso di fare il grande passo: iscriversi all’università. Il tutto, ovviamente, senza abbandonare il lavoro e tutti gli impegni che avere una famiglia può comportare.
«Ho coronato un sogno – racconta la donna – che coltivavo da tanti anni, animato dalla mia curiosità e dalla voglia di sapere». Ma perché decidere di diplomarsi e laurearsi dopo aver superato la cinquantina? «Semplicemente perché mi sentivo più libera di gestire i miei impegni, lavorativi e familiari. Devo comunque ringraziare mio marito Enzo e mio figlio Luca, i miei genitori Sabato e Antonia, che mi hanno supportato in tutto e per tutto».
È innegabile che Alberta sia entrata in un contesto dove l’utenza media ha più o meno l’età dei suoi figli. Tuttavia non si è mai sentita fuori luogo, anzi: «È stato bellissimo stare insieme ai ragazzi e anche ai professori. Con gli altri studenti si è creato un rapporto bello sin da subito, ero una di loro e ci teniamo ancora in contatto. Non mi sentivo una cinquantenne attempata, ma una ragazzina; addirittura mi chiedevano consigli e ci passavamo gli appunti».
Poi è sopraggiunta l’emergenza Covid e Alberta – che già lavora a scuola e quindi conosce il problema – si è trovata immersa nella didattica a distanza anche per quanto riguarda lo studio delle materie universitarie. L’unico rimpianto – ma è quello condiviso da un numero imprecisato di studenti – infatti è quello di aver dovuto affrontare la sessione di laurea e la successiva proclamazione a distanza, da casa e senza avere la commissione di fronte. Ma ai tempi del Covid questa è diventata più o meno la normalità e i più fortunati possono al massimo laurearsi in presenza con un numero ristrettissimo di parenti e amici.
Alberta, comunque, non ha rinunciato ad una scappatina a Pisa, dove si è fatta la foto di rito con la corona d’alloro e il mazzo di fiori e la Torre pendente sullo sfondo. Ma adesso cosa ne farà di questo titolo di studio? «Ci devo pensare, però al momento voglio anche riposarmi un po’ – sorride –. Rimarrò nella segreteria della mia scuola come assistente amministrativa, poi magari in futuro potrò riprendere questo percorso affrontando un master o una specialistica. Intanto, però, ho coronato un sogno che non ho mai deciso di mettere in soffitta».
Gli obiettivi formativi del corso concluso da Alberta includono l’acquisizione di conoscenze sistematiche ed aggiornate nei diversi settori delle discipline psicologiche, nonché delle discipline biologiche (molecolari, metaboliche, fisiologiche) e cliniche (neurologiche, psichiatriche, neurobiologiche) che sono alla base del sapere sui processi psichici, e delle discipline antropologiche, epistemologiche ed etiche fondamentali per la comprensione della dimensione culturale e deontologica degli interventi per la promozione, il mantenimento e il recupero delle condizioni di salute e benessere all’interno di istituzioni pubbliche e private per gli individui in tutte le fasi della vita.
La storia di Alberta dimostra – come diceva Micheal Jordan – che i limiti come le paure, sono spesso soltanto delle illusioni. Jordan pronunciò questa frase mentre veniva introdotto nella Hall of Fame del basket americano; disse anche che avrebbe potuto giocare a 50 anni, appunto perché i limiti sono spesso soltanto delle illusioni. I suoi più giovani eredi in platea sorrisero, ma quando ne videro lo sguardo serio e di sfida, capirono che quella era una provocazione fino ad un certo punto. Ora, senza scomodare oltremodo uno dei atleti (e marchi) più famosi di sempre, la storia di Alberta dimostra che – alla fine – basta crederci. Anche perché i sogni non scadono, anzi; più vengono attesi e più è dolce il sapore della soddisfazione di averli realizzati.
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