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Riuniti dal Covid dopo 41 anni, ora Emanuele e Roberto sono inseparabili

Nella foto, a sinistra Emanuele Renucci e a destra Roberto Rocchiccioli di Barga
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Nella foto, a sinistra Emanuele Renucci e a destra Roberto Rocchiccioli di Barga

Lucca. Emanuele Renucci e Roberto Rocchiccioli si sono conosciuti nel 1980 e si sono incontrati di nuovo, dopo 41 anni, in un letto dell’ospedale San Luca. «Se ce la facciamo - si sono detti - se guariamo, andremo a cena insieme». E così è stato. Adesso si incontrano ogni venerdì per la "cena della vita"

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Un volto amico nella sofferenza, una voce che dà sicurezza nella malattia. Emanuele Renucci, 59 anni, di Carpinecchio, e Roberto Rocchiccioli, 59 anni, di Filecchio, due frazioni del comune di Barga, in provincia di Lucca, sono stati questo l’uno per l’altro. Si sono conosciuti per la prima volta nel 1980, quando tutti e due dovevano sostenere l’esame di guida. E si sono incontrati di nuovo, dopo 41 anni, in un letto dell’ospedale San Luca di Lucca, mentre stavano combattendo la battaglia più difficile di tutte: quella contro il Covid-19.

Un letto accanto all’altro, il peso della sofferenza, la paura di non farcela e quella promessa strappata nel momento del dolore: «Se ce la facciamo, se questo mostro lo sconfiggiamo, andremo a cena insieme. Festeggeremo e brinderemo alla vita nel ristorante di Franca Marchi, a Renaio». Era l’ottobre di un anno fa quando i due pronunciarono queste parole. E a distanza di nove mesi così è stato. I due amici si sono dati appuntamento a luglio, per la prima volta. E da allora quella cena è diventata un appuntamento fisso della settimana. «Ci incontriamo ogni venerdì, siamo arrivati al sesto consecutivo – racconta Emanuele – . Nel corso delle settimane, si sono aggiunti anche altri amici ed è diventato un momento di festa. Ma i momenti terribili che abbiamo passato non li dimentichiamo. Chi ha provato cosa sia il Covid capisce la nostra sofferenza». La voce è rotta dalla commozione mentre Emanuele ripercorre quei giorni. Era ottobre dell’anno scorso ed Emanuele, dipendente del Comune di Barga, cominciò a respirare a fatica. «Dopo una rampa di scale mi mancava il fiato – racconta – e, ben presto, il tampone diede l’esito che mai avrei voluto ricevere: avevo contratto il Covid. Fu il mio medico a capire che la situazione stava peggiorando e così, poco dopo, fui ricoverato al San Luca, a Lucca. Per fortuna, le mie condizioni non erano così gravi da dover essere intubato. Ma, in ogni caso, non riuscivo a respirare in modo autonomo ed ebbi bisogno dell’ossigeno». Emanuele era lì, in quel reparto dell’ospedale. Gli unici contatti con il mondo esterno grazie al personale dell’ospedale e al telefono cellulare. Poi, qualche ora dopo il suo arrivo, entrò il suo compagno di stanza: Roberto. «Mi sa che tu ed io ci conosciamo», disse Emanuele con un filo di voce. Roberto, dall’altra parte, sorrise. Ed eccoli tutti e due, bloccati in un letto del San Luca, volare lontano con la mente a quel giorno di 41 anni fa. Quando entrambi poterono mettersi alla guida della loro auto. «Il destino, a volte, fa dei giri incredibili – racconta, commosso, Emanuele – perché abbiamo sempre vissuto in due frazioni diverse dello stesso comune, neppure troppo lontane, senza più incontrarci. Poi, dopo una vita, ci siamo ritrovati a lottare uno a fianco all’altro».

Fiaccati nel corpo, ma mai nello spirito, i due hanno cominciato a farsi forza a vicenda. «È stata una settimana difficile con il timore di non farcela – racconta Emanuele – ma non abbiamo mai mollato. Così, per farci coraggio, dicevamo che appena tutto fosse passato saremmo andati a mangiare al ristorante di Franca Marchi. Era il nostro modo per restare attaccati alla vita, dandoci un obiettivo. Perché in ospedale, nonostante la professionalità del personale che si è preso cura di noi, le giornate sono tutte uguali. Il tempo sembra non passare mai, mentre l’ansia e la paura ti opprimono». Ma dopo una settimana i due migliorano e i medici decidono che, per loro, è arrivato il momento di tornare a casa. «Non dimenticherò mai quel momento, la gioia che provammo – aggiunge Emanuele – . Soprattutto perché ce l’avevamo fatta. Insieme. E ricordo che, abitando nello stesso comune, fummo accompagnati a casa dalla stessa ambulanza. Insieme fino alla fine, ci dicemmo». Ma era solo l’inizio di un’amicizia destinata a durare nel tempo. «Eravamo nel pieno della seconda ondata e, visto quello che avevamo passato, concordammo che non fosse il caso di uscire a cena – conclude Emanuele – . In ogni caso, per molti mesi, ci siamo sentiti per telefono. Ogni giorno. A luglio, poi, la cena a Renaio. La prima di una lunga serie perché, da allora, abbiamo continuato a incontrarci. Una serata a cui si sono aggiunti, nel corso delle settimane, anche altri amici. E che ora è diventato un appuntamento fisso. Ogni venerdì brindiamo alla vita, come ci eravamo promessi. Perché abbiamo sconfitto il nemico più temibile di tutti. E ci pare un buon motivo per festeggiare».

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