Sicurezza
Ora l’azienda può non pagare
Il giuslavorista Albi: «Ma niente rimborso di quanto già erogato»
Matteo Scardigli
Troppe scelte, nessuna scelta. Vecchie norme si aggrovigliano alle nuove creando un quadro sempre più complesso per i lavoratori che vogliono andare in pensione prima di aver raggiunto l’età della vecchiaia; l’ingrato compito di sbrogliare la matassa tocca allora ai Patronati.
«La decisione deve essere maturata in piena consapevolezza perché, una volta presa, non si può cambiare né revocare», ricorda Anna Maria Bilato, componente del collegio di presidenza di Inca Cgil con delega alla previdenza, che poi avverte: «La brochure di Inps, fondamentalmente corretta, non è completa e dà indicazioni che possono essere fuorvianti».
Andare in pensione non è solo questione di quando e di quanto, cioè di tempo e denaro. «Noi patronati abbiamo il dovere di presentare al lavoratore più ipotesi di uscita con trattamenti pensionistici differenziati perché possa valutare le ricadute della sua scelta», racconta infatti Bilato. Esattamente una settimana fa Inps ha pubblicato la guida «Che pensione mi spetta?», nella quale l’Istituto riassume tre opzioni di trattamento: Quota 100, Pensione anticipata e Opzione donna. «Queste sono solo alcune delle possibilità. Ci sono anche la pensione anticipata dei lavoratori precoci, quella per lavori usuranti, quella in totalizzazione e l’alternativa Fornero per i soli contributivi», spiega la delegata, precisando poi come «Inps omette di specificare in Quota 100 che alcuni periodi assicurativi non possono essere cumulati, e per quanto i dipendenti pubblici che nella vita lavorativa hanno versato contributi presso una cassa non pubblica devono attendere la pensione di vecchiaia (cioè 12 o 24 mesi o anche di più) per la liquidazione di Tfr e Tfs». Un’imprecisione – invece – della brochure indica fra le alternative “Patronati e altri intermediari dell’Istituto” quando «la legge riconosce solo i Patronati come unici intermediari per svolgere l’attività in questione», cioè quella di inoltrare la domanda. Anche per rimarcare la distinzione tra anticipi pensionistici come Ape sociale e Rita (la Rendita integrativa anticipata) e trattamenti pensionistici veri e propri (a cui aggiungere la proposta Tridico che prevede 63 anni di età, almeno 20 di versamenti e un importo minimo pari a 1, 2 volte l’assegno sociale), Bilato ribadisce dunque la «necessità», avvertita all’unisono da Cgil, Cisl e Uil, di «armonizzare e unificare la giungla delle norme», soprattutto in vista dell’ormai prossimo “dopo Quota 100” .
Le sigle sindacali hanno infatti presentato nei mesi scorsi la piattaforma “Cambiare le pensioni adesso” portata al tavolo con il ministro del Lavoro Andrea Orlando. Cardini della piattaforma sono: maggiore flessibilità per andare in pensione a partire dai 62 anni di età o con 41 anni di contributi; pensione di garanzia per giovani, lavoratori discontinui e con basse retribuzioni; tutela delle donne; tutela dei lavori di cura, di chi svolge lavori usuranti e gravosi; sostegno del reddito dei pensionati; rilancio della previdenza complementare e trasparenza sui dati della spesa previdenziale e assistenziale.
«Con il passare del tempo saranno sempre meno i lavoratori che ricadono in vecchie tipologie di trattamento, ma occorre comunque una riforma che riconosca la diversità di tipologie di lavoro anche in relazione alle moderne aspettative di vita», conclude infatti Bilato. E i recenti sviluppi in Commissione tecnica, presieduta dall’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano, danno segnali positivi.
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