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la manifestazione

Firenze abbraccia Gkn con il corteo dei 20mila. La politica invece la snobba

Mario Neri
Il corteo Gkn di Firenze
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Il corteo Gkn di Firenze

In tantissimi a sfilare per i 422 licenziati. Ci sono gli operai e i sindacati, ma non la politica. Gli operai a Draghi: «Salvaci con una legge»

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FIRENZE. Ci hanno messo tutto il pomeriggio a salire fin quassù, una lenta ascesa dalla Fortezza al piazzale Michelangelo quasi che il corteo dovesse riprodurre il moto della rabbia che in questi 72 giorni è montata in ognuno di loro. È diventata una canzone, la rabbia. «Occupiamola, fino a che ce ne sarà... avanti insieme, uniti a lottare, e non c’è resa, non c’è rassegnazione, ma solo tanta rabbia che cresce dentro me».

È diventata quasi la sola ragione d’esistenza per i lavoratori della Gkn, insieme con quello slogan, «Insorgiamo», scritto ovunque, sugli striscioni, le magliette. È rimbombato dappertutto il folk del collettivo di fabbrica, a un certo punto cantano anche i bambini dei licenziati, i passanti, i turisti, la gente che applaude dai marciapiedi e dai balconi per questi che ormai più che operai sembrano gladiatori. «Morituri te salutant, siamo morti che camminano se qualcuno non fa qualcosa di qui a mercoledì», dice Marco, 33 anni, un bimbo appena nato e la moglie che come lui ha ricevuto la mail dalla Gkn Driviline il 9 luglio. Mercoledì è il confine ultimo, la linea d’ombra, l’estremo orizzonte. Si chiude la procedura per i licenziamenti collettivi.

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E se non fosse per la torre d’Arnolfo e la cupola del Brunelleschi e tutta la bellezza che si staglia fra l’indaco delle colline e il cielo arrugginito, questo tramonto sembrerebbe quasi un destino. Non è un caso che da qui Dario Salvetti, rsu della fabbrica, la voce ormai sfinita, lanci il suo appello alla politica: «Mario Draghi, cosa vuoi fare? Vuoi stoppare d’urgenza questi licenziamenti con un decreto? Da qui, stasera, ti mandiamo una letterina, dicci quante persone vuoi che ti si porti in piazza e te le portiamo, caro Mario. Serve lo sciopero generale, se non ora quando?».

Solo che la politica non c’è. È la grande assente nel grande giorno. È insorta Firenze per i 422 lavoratori scaricati oltre due mesi fa dal fondo inglese Melrose senza nulla che giustificasse i licenziamenti. Sono venuti in 20mila. Da tutta Italia. I lavoratori Alitalia, quelli Whirlpool da Napoli, dalla Sanac di Massa, dalla Piaggio, collettivi dalle Marche, da Genova. Ci sono i sindacati, ma la politica no. Non quella al governo, né a Roma né qui. Eugenio Giani ha scelto il Carnevale di Viareggio. «Il presidente sarà al tavolo al ministero dello Sviluppo economico», dicono dallo staff. Dario Nardella, «impegnato in incontri a margine del G20», ha mandato l’assessora al welfare, Sara Funaro, come se questa storia fosse più marginale degli a margine. Emiliano Fossi, sindaco di Campi Bisenzio, ormai ex sede dello stabilimento, dato che da dieci giorni la società è in liquidazione, compare in piazza Beccaria, a metà tracciato. Vorrebbero un decreto urgente, i lavoratori, per prendere tempo e allungare i tempi con cui chiudere la procedura. «Non più 75 giorni, ma 260. Basta volerlo», urla al megafono Davide Pinelli, portavoce del collettivo di fabbrica. Non c’è nessuno che li ascolti. Il ministro Andrea Orlando, che abbiamo provato a interpellare, non c’era e neppure ha risposto. Eppure «il tempo ormai stringe», dice Stefano Massini, attore e scrittore che s’è fatto testimonial della protesta e del movimento nato intorno a questa vertenza tramutata ormai in una specie battaglia simbolo di tutte le rivendicazioni per i diritti sul lavoro. Certo gli operai tengono alla larga le sigl, i partiti. Ma la Gkn sta dettando l’agenda della politica, e la politica non ha più in agenda Gkn. Anche la legge Orlando-Todde metterà paletti per le future delocalizzazioni, non impedirà questa. Eppure, dice Massini, da qui dovrebbe «partire un nuovo umanesimo». «Licenziati da un fondo finanziario con una mail, non c’è più nulla di umano nel lavoro. Questa protesta non è per Gkn, ma per un’infinità di situazioni che stanno per travolgere il Paese. Mi domando come non essere qua, se sei democratico non puoi non esserci».

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Domani al ministero dello Sviluppo economico andrà in scena l’ultima trattativa. Perfino la viceministra Alessandra Todde ammette: «È una situazione difficile, con un’azienda che ha smarrito la sua responsabilità sociale». «La speranza è che ritirino i licenziamenti, aprano la cassa integrazione», dice Massimo Barbetti, uno degli operai. Il sogno? Un nuovo acquirente. In realtà c’è molta disillusione. Le premesse sono terribili. Gli operai hanno appena presentato un esposto in procura: Gkn, rimasta senza operai, pur di mantenere fede a una commessa con la Fiat, avrebbe spedito a Torino semiassi acquistati in Campania e poi “tracciati” a Campi come se fossero stati prodotti lì.

«Lotta di classe», «rabbia operaia». Dopo anni, mai come adesso certi cori sembrano ritrovare senso. «A tutta questa rabbia la politica dovrebbe una risposta – dice Francesca Re David segretaria generale della Fiom – Il governo non affronti la crisi così, in questo modo si distrugge il sistema industriale del nostro Paese e l'occupazione». Dai tamburi e dalle casse è ripartito il solito folk: «Non c’è resa, non c’è rassegnazione, ma solo tanta rabbia che cresce dentro me». Negli ultimi dieci, rabbia, risentimento, esclusione sociale sono stati il motore dell’antipolitica, di tutti i movimenti antisistema e populisti. Finora incanalati da movimenti e partiti, sono orfani di rappresentanza. «Ce li vengano a dire ora questi slogan populisti, “Prima gli italiani” – grida Pinelli, il ragazzo del collettivo Gkn – ce lo vengano a dire chi è che ci ruba il lavoro, se gli immigrati o uno stronzo amministratore delegato messo lì da un fondo che specula sulla nostra pelle».

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di Redazione web