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il dibattito

Così hanno snaturato il pallone

Stefano Bortoli
Cristiano Ronaldo, il campione “fuggito” dalla Juventus
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Cristiano Ronaldo, il campione “fuggito” dalla Juventus

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La sbornia del campionato europeo è passata e la campagna trasferimenti si sta chiudendo. Anche se i campionati sono appena ricominciati, siamo ancora in tempo a ripercorrere le tappe che hanno portato a questo stato di decadimento del mondo del calcio.

Anni fa ci hanno fatto credere, e ci abbiamo creduto, che i ritiri estivi in montagna per le squadre di calcio non servivano più; che dopo pochi giorni di ginnastica e di corsetta, da svolgere nelle calde città, era importante cominciare a giocare subito col pallone, facendo soprattutto amichevoli, spesso in Paesi molto lontani, dove l’esibizione con il pallone si pagava ancora bene.

Allo stesso tempo ci hanno fatto credere, e ci abbiamo creduto, che i tanti giocatori della rosa potevano ritrovarsi anche in tempi diversi, potevano riprendere la preparazione estiva ognuno in base alle proprie esigenze, perché gli impegni della stagione erano stati tanti e c’era chi aveva bisogno di più riposo; come se le competizioni degli anni passati non fossero state le stesse di oggi.

Poi ci hanno fatto credere, e ci abbiamo creduto, che il calciatore-bandiera era ormai un concetto passato, che i tempi erano cambiati e che la professionalità doveva andare avanti a tutto. Così non più l’appartenenza a una maglia e a una città ma, grazie ai procuratori, prima di tutto le esigenze economiche e di marketing del singolo atleta.

Agli inizi degli anni duemila ci hanno fatto credere, e ci abbiamo creduto, che per ragioni di sicurezza, nelle arene dello spettacolo del pallone, si poteva entrare solo con biglietto nominativo e in certe occasioni anche con la tessera personale del tifoso; quando poi in tanti, troppi stadi, qualcuno ha pure le chiavi d’ingresso per portarvi in anticipo oggetti e striscioni poco raccomandabili.

Subito dopo ci hanno fatto credere, e ci abbiamo creduto, che la maglia, simbolo per eccellenza di una squadra, non poteva essere rivista-ritoccata-modernizzata dopo lunghi periodi, ma, per ragioni di merchandising, era doveroso cambiare ogni anno. Ma non solo. Le mute, quella ufficiale e quella eventualmente di riserva (nel caso l’avversario avesse avuto colori simili) da due passavano addirittura a quattro e, chiaramente, anche per ognuna di esse, ogni anno, ci sarebbe stato un vero e proprio stravolgimento. Così, a volte, si fatica a riconoscere, nelle immagini, la squadra per cui tifiamo (se non abbiamo avuto il tempo di memorizzare tutte le casacche della stagione).

Ci hanno fatto credere e ci abbiamo creduto, che i sogni del calcio-mercato non potevano relegarsi a un solo mese estivo, ma dovevano coprire un’intera estate e non solo. Dovevano poi allargarsi a buona parte dell’inverno. Questo per il bene delle squadre ma soprattutto dei procuratori, dei calciatori e dei tanti operatori dei media a tempo pieno, in questo bizzarro settore.

Il risultato è che oggi la fiamma dei sogni del calcio-mercato è divenuta una luce fioca di una candela quasi del tutto consumata. Troppi debiti e in giro pochissimi affari; la stragrande maggioranza dei movimenti è data dai prestiti e dai ritorni al mittente dei giocatori in prestito, di cui più nessuno vorrebbe accollarsi, viste le mediocri prestazioni, fino alla scadenza contrattuale, gli esosi stipendi superficialmente concessi.

Ormai resta poco da farci credere, gli spazi di movimento sono troppo limitati ed il pallone si sta sgonfiando.

Quando il sistema alzerà bandiera bianca (al posto delle bandiere colorare delle squadre), in lontananza, verso l’orizzonte, si vedranno nitidamente i cartelloni rimasti appoggiati sui muri degli stadi inglesi, dopo la tempesta (passeggera) della Superlega Europa di calcio: Football is for the fans (il calcio è per i tifosi) - Love for the working class game, ruined by greed and corruption (amore per il gioco della classe operaia, rovinata da avidità e corruzione).

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