Il Tirreno

Toscana

Gli squadristi dell'esercito della menzogna

Stefano Tamburini
Gli squadristi dell'esercito della menzogna

L'editoriale: Buona domenica. Loro sono pochi ma sembrano tanti, perché fanno della disinformatija una missione. Lavorano a bombardare di messaggi chi diffonde vere notizie, portandosi dietro anche alcune persone in buona fede

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L’ostacolo è ancora lì ma uno sforzo per guardare oltre è più che necessario, perché non possiamo restare fermi a fronteggiare solo il delirio no-vax e no-Green pass messo in piedi dalla rumorosa minoranza dell’Esercito della menzogna. Di fatto una milizia squadrista, spalleggiata dall’atteggiamento irresponsabile di forze politiche che confidano nel caos solo per una rendita elettorale, spacciando il “me ne frego” per libertà. Sono essenzialmente di destra ma ci sono anche estremisti dell’altro fronte politico, che citano a sproposito le parole di un padre nobile della Resistenza rivolto a un fascista: «Se aveste vinto voi, io sarei ancora in prigione. Siccome abbiamo vinto noi, tu sei senatore». Quel padre nobile era Vittorio Foa, il fascista era Giorgio Pisanò. L’Esercito della menzogna scambia quel senatore con Arnoldo Foà, che di mestiere faceva l’attore e il regista e che sulla a del cognome aveva l’accento. Lo hanno scritto in qualche missiva fotocopia che mi hanno spedito dopo l’editoriale della scorsa domenica, dandomi del nazista. Come aveva fatto pochi giorni prima, rivolto a tutti i vaccinati, Iacopo Cavallini, il manager pubblico leghista del Comune di Pisa, poi costretto alle dimissioni dopo aver tentato di dar la colpa a un hacker.

Sono squadristi che talvolta si atteggiano a vittime, che replicano i meccanismi in voga nel ventennio più infame del secolo scorso. Solo che al posto del manganello e delle tenebre dei vicoli dove andavano in scena i pestaggi hanno tastiere e presunta oscurità garantita dai social.

Scrivono, insultano e infarciscono il resto del messaggio con una richiesta di ravvedimento (il mio) condita con un’insalata di sciocchezze smentite dalla scienza: questi non sono vaccini, la Costituzione vieta le misure di contenimento del virus, nel vaccino ci sono magneti, può modificare le cellule. Tutto falso, naturalmente. Loro sono pochi ma sembrano tanti, perché fanno della disinformatija una missione. Lavorano a bombardare di messaggi chi diffonde vere notizie, portandosi dietro anche alcune persone in buona fede. Poi, al momento di andare in piazza, sono pochi, spaesati, quasi sempre con magliette nere, Rayban a specchio e bandiere tricolori. Lo stesso abbigliamento che potresti trovare a Predappio nell’anniversario della marcia su Roma.

Contestano e mistificano. Se non ci fosse la vaccinazione di massa e se non ci fosse il Green pass che loro vorrebbero rifiutare, non è che all’improvviso potrebbero entrare nei luoghi dove entrano gli altri. No, saremmo noi a dover far quello che rischiano di fare loro: restare ai margini tutti quanti, in un infinito lockdown.

E non possiamo certo permetterglielo. La Costituzione, che citano senza mai averla letta, permette la vaccinazione obbligata proprio per situazioni come queste. Nei libri di scuola e nelle collezioni dei quotidiani c’è scritto che i vaccini hanno cancellato vaiolo e poliomielite. Di fatto sono l’unico modo per combattere le disuguaglianze in fatto di salute. Negli ultimi venti anni, quelli per epatite B, morbillo, febbre gialla e rosolia hanno salvato 37 milioni di persone e molti di più ne salveranno anche da altre malattie nei prossimi anni. E dunque prima o poi, in un modo o nell’altro, anche questi sacerdoti della ragione negata dovranno arrendersi. E si dovrà guardare al “dopo”, sperando che sia il prima possibile.

Ed è a quell’orizzonte che dovremmo rivolgere lo sguardo fin da ora, pensando anche al modello di sviluppo per la ripresa. Di sicuro molto non potrà essere come prima. Anche dopo la Seconda guerra mondiale, almeno nell’Occidente, non si è ricostruita la stessa realtà sociale ed economica precedente. Il presidente del Consiglio Mario Draghi, già qualche mese prima di entrare a Palazzo Chigi, aveva parlato di «crescita che rispetti l’ambiente e non umili la persona». Una buona premessa. Perché la pandemia ha già ampliato il solco delle disuguaglianze. Il tema del lavoro non potrà andare avanti con le furbizie e le scorciatoie di oggi, con i licenziamenti pretestuosi stile Gkn e con le smanie da mani libere del presidente di Confindustria, Carlo Bonomi. Non potremo andare avanti con operai e artigiani che lavorano con partite Iva dove dovrebbe esserci dipendenti, con contratti a termine reiterati al posto di quelli a tempo indeterminato. Ci sarà bisogno di fissare un salario minimo, per dare al lavoro finalmente un senso di dignità e di giustizia.

Indispensabile è anche responsabilizzare le aziende che affidano lavorazioni in appalto sulla garanzia dei diritti e sul livello dei salari dei lavoratori dell’indotto. Se le grandi aziende committenti di Gkn fossero chiamate a rispondere dell’abominio commesso dai capi del fondo Melrose, di sicuro i licenziamenti di Campi Bisenzio non ci sarebbero stati.

Poi c’è il tema del fisco. Dovrà diventare realtà la promessa eterna della riduzione del “cuneo”: semplificando, il “di più” che il datore di lavoro paga rispetto a ciò che finisce nella busta paga del dipendente. E ci sarà da stabilire chi dovrà farsi carico dei costi aggiuntivi che lo Stato dovrà affrontare per il Sistema sanitario nel dopo pandemia. Se un merito potrà avere il flagello coronavirus, è aver frenato la comune strategia dei tagli dell’universo sanità. Era un clamoroso errore prima, figlio di una politica cieca del rigore purché sia, diventerebbe esiziale adesso.

Si pone dunque il problema di chi dovrà pagare questo “bene comune” fatto non solo di vaccini (e dunque ricerca scientifica) ma anche di medicina territoriale, assistenza domiciliare, ospedali. E, non scordiamolo, estensione dei sieri della salvezza anche al mondo povero, quello che in molti guardano con disprezzo. Perché in un sistema sempre più globale anche un focolaio in Africa o in Asia prima o poi è destinato a portare i suoi effetti anche qui da noi. Sospendere i brevetti dei vaccini anti-Covid sarebbe cosa buona e giusta e non solo perché chiesta dal papa. Pfizer e Moderna, i due principali produttori, come prima mossa hanno alzato i prezzi. C’è più di qualcosa che non va.

In ogni caso, vaccini liberi o no, ci sarà bisogno di tanti soldi: dove andare a prenderli? In Italia l’evasione fiscale è stimata in 110 miliardi all’anno. Se recuperassimo le tasse non pagate aggiungeremmo in un attimo oltre la metà delle risorse che l’Europa sta per offrirci con il Recovery Plan. Lo scenario è quindi complesso, perché i furbetti dell’Irpef vorranno continuare a farla franca. Una volta debellato il Covid, avremo di fronte sfide molto complesse. E ci sarà ancor di più bisogno di conoscenza condivisa. Lo scenario però non è fra i migliori. Mercoledì la Federazione italiana editori giornali ha diffuso un dato preoccupante: sulla rete la mole di false notizie diffuse per distorcere la realtà e orientare i pensieri ha superato la quantità di informazione corretta e veicolata da media che hanno un editore, un direttore responsabile e giornalisti che rispondono sul piano penale e civile di ciò che scrivono.

L’articolo 21 della Costituzione tutela il diritto a informare e a essere informati. Non può essere usato a sproposito da chi confonde Vittorio Foa con Arnoldo Foà e magari si fermasse solo a questo errore. O da chi, se ti trova per strada, ti dice «sei un giornalista? Vattene o ti taglio la gola». È accaduto pochi giorni fa a un collega di Repubblica e, se non fermeremo questo squadrismo del terzo millennio, accadrà ancora. A quel punto che almeno ci risparmino il cordoglio e la consueta legislazione d’emergenza. Quella della politica che arriva sempre “dopo”. No, è oggi che bisogna agire, perché è già tardi. Molto tardi.

Twitter: @s_tamburini

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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