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«Abbiamo il dovere di ricominciare»: la ricetta di D’Alema per la sinistra

Matteo Scardigli
«Abbiamo il dovere di ricominciare»: la ricetta di D’Alema per la sinistra

L’ex presidente del Consiglio a Livorno: «Recuperiamo il rapporto con il mondo del lavoro»

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LIVORNO. «Abbiamo il dovere di ricominciare». Ospite della festa regionale di Articolo Uno a Livorno nel centenario della fondazione del Partito Comunista d’Italia, l’ex presidente del Consiglio, Massimo D’Alema offre quasi 60 anni di militanza politica all’intervista pubblica del direttore del Tirreno Stefano Tamburini, auspicando – a fianco del segretario regionale Simone Bartoli – «una Sinistra che riparta dalla lotta per l’uguaglianza, suo tratto distintivo». Fra Gino Strada e Guglielmo Epifani, da Togliatti a Draghi passando per Berlusconi e l’Innominato di Rignano sull’Arno (il «tarlo nella maggioranza del nostro governo») e la parabola del Movimento 5 Stelle, D’Alema descrive il movimento del pendolo della Storia parlamentare italiana: «Abbiamo sperimentato l’anti-politica fino in fondo, ora siamo entrati nella fase del rimpianto».

Concezione, credo, dottrina, idea, pensiero e teoria dunque per ricostituire dimensione associativa, valore identitario e ragione d’impegno, visione del futuro in contrappunto alla «piccola borghesia senza arte né parte che occupa la politica da quando i partiti non ci sono più». Le ideologie invece esistono ancora «e l’ascesa delle Destre ne è la prova». Recuperare dunque i passaggi positivi dell’Ulivo a Palazzo Chigi e l’unicum della Sinistra unita al Governo nel 1996, ma prima ancora «il rapporto con la classe operaia e con il mondo del lavoro, vantaggio del Pci», a cui solo «il legame con Unione sovietica, limite non superabile, impedì di diventare forza alternativa di governo». D’Alema sfida la massima andreottiana sul potere logorante con una predizione sulla prossima tornata elettorale, aprendo a un periodo all’opposizione: «La Destra andrà al governo, sarà un male per il Paese ma un bene per la Sinistra: sarà come depurarsi alle terme; com’è successo proprio a Livorno (con la giunta pentastellata Nogarin, nda)». Di cui l’accettazione alla prospettiva di Articolo Uno per l’avvio di processo ricostruzione della Sinistra, a patto rimettere in discussione la forma stessa di quel Pd al quale si era inizialmente opposto: «Per me era sbagliato fare un partito aperto e programmatico». Esaurita la spinta propulsiva di Berlinguer infatti e dopo la «sconfitta storica», per la Sinistra post-Pci si rese dunque necessaria la Bolognina di Occhetto, in cui «non ci si liberò di un simbolo di vergogna, fu piuttosto una rinuncia dolorosa ma necessaria». E in parallelo D’Alema propugna il ritorno «alla politica dei quadri», così come alla «responsabilità nella scelta dei dirigenti», in contrapposizione alla logica assoluta delle primarie e alla demolizione dei circoli di partito. «Si delinea un’offerta politica scadente perché si crede che non ci sia la domanda, ma con una buona offerta si può riscoprire l’esistenza della domanda. Fra i giovani ci sono interesse e qualità, magari siamo noi che non abbiamo più voglia», riassume tracciando una prospettiva: «Se ci sono 100mila persone che vogliono far parte di un partito, ripartiamo da quei 100mila».

La chiamata alle armi non prescinde tuttavia da una nuova legge elettorale: «La stagione del maggioritario è finita, serve una riforma proporzionale sul modello tedesco, con l’introduzione della sfiducia costruttiva per scongiurare il rischio ingovernabilità. Spero che il Pd punti i piedi contro questo pastrocchio indecente e che Draghi la promuova», spiega ancora, aprendo poi una parentesi sul futuro istituzionale del premier (già suo ex direttore del Tesoro) al tramonto ormai prossimo del settennato del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: «Draghi non è Monti, che veniva da un altro mondo, ma uomo che ha sempre dialogato con la politica. Difficilmente il Parlamento lo eleggerà, sarebbe un suicidio».

Dopo Pci, Pds, Ulivo, Ds, Pd, Leu e “Riformisti e democratici”, oggi Massimo D’Alema si proclama infine «militante di base di Articolo Uno, senza responsabilità e con la massima fiducia in Roberto Speranza (segretario nazionale e già suo delfino ai tempi della minoranza dem, nda)», ma sempre pronto a ruggire: «Una soluzione c’è sempre, basta trovare chi la sa. Se me li chiedono, darò consigli».

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