Sicurezza
Gli eredi dell’eroe e degli ebrei salvati insieme a Lucca
La grande storia, il coraggio di un uomo giusto
Una scelta giusta, anzi, l’unica scelta giusta da fare, ma al tempo stesso anche una scelta tremendamente pericolosa. Ma quando arrivò il momento di prendere una decisione Umberto Paradossi, lucchese, non ebbe alcun dubbio, fece quello che doveva essere fatto, anche se voleva dire mettere a rischio la propria vita. La sua storia è emersa solo di recente dalle nebbie del passato, come avviene spesso quando si parla di persone che trovano naturale fare delle azioni che in realtà sono straordinarie. Anzi, eroiche, se vogliamo usare il termine più corretto. Come definire altrimenti la vicenda di quest’uomo a cui, domani, sarà intitolato un albero nel Giardino delle Giuste e dei Giusti a Villa Bottini a Lucca? Una vicenda riportata alla luce grazie all’impegno di Alberto Paradossi, il figlio di Umberto, che ha avviato anche la pratica per il riconoscimento di Giusto tra le nazioni da parte dello stato di Israele.
Lo sfondo è quello drammatico della Seconda guerra mondiale, nel momento più difficile del nostro Paese, quello dell’occupazione tedesca successiva all’armistizio dell’8 settembre 1943. Un’epoca di fuga dalle città, con i borghi di campagna diventati rifugio di sfollati, di chi cercava di scappare ai bombardamenti. E il paese di Guamo, nel Capannorese, fu il luogo scelto come rifugio da una famiglia livornese, i Fernandez. Una famiglia che aveva una ragione in più per fuggire: essendo di religione ebraica rischiava, se scoperta, la deportazione nei campi di concentramento.
Una minaccia che per poco non diventò realtà, se non fosse stato appunto per Umberto Paradossi. Industriale (era l’amministratore di un’azienda che produceva e commercializzava olio di oliva), anche lui era sfollato con la propria famiglia, ma senza allontanarsi dalla sua città, trovando rifugio nel Morianese. Paradossi conosceva i Fernandez da tempo, e quando i venti della guerra diventarono tempesta si mobilitò per salvarli.
«Un giorno mio padre – racconta il figlio Alberto – è venuto a sapere che i tedeschi avrebbero organizzato un’operazione di rastrellamento alla ricerca di ebrei. A quel punto pensò subito ai Fernandez e si mobilitò per salvarli. Attraverso i suoi contatti riuscì non solo a organizzarne la fuga, alla volta di Roma, ma anche a trovare un appartamento nel quale avrebbero potuto nascondersi in attesa della fine della guerra».
Un’azione che per poco non fallì, rischiando di travolgere lo stesso Umberto: «All’epoca avevamo una donna di servizio – riprende il figlio – che era fidanzata con un repubblichino. Questa ragazza, un po’ ingenua, raccontò al suo fidanzato che il suo padrone (all’epoca si usava questa parola) aveva portato una famiglia di ebrei a Roma. Così quel fascista si presentò a casa nostra per ricattare mio padre, chiedendogli dei soldi in cambio del suo silenzio. E mio padre fu costretto a pagare».
Ma anche l’eroismo può essere contagioso. Lo dimostra un altro protagonista di questa vicenda, la cui storia meriterebbe di essere recuperata. È quella di un anonimo commerciante di carbone che collaborò, rischiando pure lui la vita, alla salvezza della famiglia nascosta a Roma: «I Fernandez – ricorda Alberto Paradossi – non potevano ovviamente uscire di casa. Per circa sei mesi rimasero nascosti nell’appartamento. Per il loro sostentamento mio padre gli faceva arrivare delle derrate da Lucca. Olio, vino, salumi e così via, tutto nascosto sotto i mucchi di carbone sopra un carro. Il carbonaio periodicamente andava a Roma con quel carico, con il rischio di essere scoperto. E per evitare i posti di blocco tedeschi faceva le strade secondarie, passando attraverso una serie di paesini, con viaggi che potevano durare dalle 18, quando andava bene, alle 30 ore».
Ma alla fine a vincere furono loro, l’industriale dell’olio e il carbonaio: nel giugno del 1944 Roma fu liberata e i Fernandez poterono uscire dal loro nascondiglio. Solo mesi più tardi, con l’arrivo delle truppe sovietiche ad Auschwitz, avrebbero saputo quale orrore avevano evitato grazie all’amico lucchese. Mentre racconta la storia accanto ad Alberto si trovano i figli Umberto e Antonio e i nipoti Pietro, Francesco e Alberto. Perché quella del loro padre, nonno e bisnonno Umberto, che si è spento nel 1986 all’età di 80 anni, è una storia che deve essere tramandata. Una storia che sarà ripercorsa domani, nell’incontro che la famiglia Paradossi avrà con i discendenti della famiglia Fernandez. Un incontro che non ci sarebbe mai stato senza il coraggio di Umberto.
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