Il Tirreno

Toscana

In Toscana con il cuore a Kabul: l'arrivo dei profughi a Montecatini, l'accoglienza e la condanna a stare nascosti

Simona Peselli
L’arrivo del primo gruppo di afghani a Montecatini: i volti sono tutti oscurati per non rendere nessuno riconoscibile
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L’arrivo del primo gruppo di afghani a Montecatini: i volti sono tutti oscurati per non rendere nessuno riconoscibile

Stremati e impauriti: nella città termale 240 afghani in pericolo di vita. Devono rendersi "invisibili" per non far uccidere amici e parenti rimasti. Negli occhi dei bambini il terrore vissuto negli ultimi dieci giorni

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MONTECATINI. Come fanno a essere così grandi gli occhi dei bambini certe volte nessuno lo sa. Forse per osservare meglio quello che vedono, a volte anche senza volerlo. In Toscana i bambini afghani arrivano avvinghiati alla mamma e al papà mercoledì mattina, dopo un viaggio straziante. Lo stesso per tutti i 240 profughi sistemati negli alberghi sanitari per i sette giorni di quarantena. Ne erano attesi meno della metà e già questo basta per scatenare polemiche. Per far dimenticare la solidarietà, i discorsi sui corridoi umanitari.

I BUS DEL SILENZIO

Eppure i pullman enormi su cui i bimbi afghani sono saliti in silenzio a Fiumicino non sono quelli di una gita scolastica: sono quelli dell’aeronautica militare. Non rimbombano di cori, canti e risate. Sono carichi di paura. È il tipo di paura che ti sbarra gli occhi. Intorno ai bambini, stremati, affamati, tutti cercano di muoversi con delicatezza. Volontari, forze dell'ordine, politici (il presidente della Regione, Eugenio Giani). Basta un minimo rumore, una porta che si chiude, una persiana che sbatte, anche solo il tono di voce più alto per farli sobbalzare. Da dieci giorni sono in fuga verso il nulla. Difficile distinguere, per loro, fra i buoni e i cattivi da quando il 14 agosto i Talebani hanno conquistato Kabul seminando morte e terrore. Nelle gambe stanche di questi bambini arrivati con nulla, dei loro genitori senza borse, ma con un bagaglio di terrore pesantissimo, c’è la fuga verso l’aeroporto di Kabul, frontiera non fra Paesi, ma fra la vita e la morte. I profughi che arrivano a Montecatini – in due mandate, di mattina e nel tardo pomeriggio – sono persone che hanno collaborato con l’Onu negli ultimi venti anni: traduttori, informatici, autisti. Ci sono anche inservienti delle pulizie: chi è stato felice per i pochi dollari guadagnati, ora rischia il linciaggio. I collaboratori con stranieri sono considerati “collaborazionisti” dai talebani.

I FIGLI RAPITI

Difficile rintracciare traditori nei volti dei 240 afghani in quarantena a Montecatini: il più piccolo arrivato ha due mesi; il più vecchio 50 anni. Il gruppo arrivato ieri mattina è composto da 100 profughi: di questi 38 sono bambini e quattro neonati. Una coppia tiene gli occhi bassi piange e prega. Nessuno riesce a consolarli. Sull’aereo per l'Italia non ci volevano neppure salire. I loro due figli adolescenti, che erano stati rapiti dai talebani, erano riusciti a fuggire e stavano cercando di arrivare in aeroporto a Kabul ma non ci sono riusciti. Sono fuggiti dalla prigonia, ma sono rimasti bloccati a Herat e nel precipitare della situazione non hanno fatto in tempo a ricongiungersi a i genitori. Ora padre e madre sono in salvo, ma dei figli non sanno più nulla. E temono per la loro vita perché i talebani potrebbero far pagare ai figli la fuga dei genitori.

COPRITE I VOLTI

Il pensiero delle ritorsioni è costante. In chi fugge e in chi accoglie. «Per favore coprite i volti e che nessuno sia riconoscibile – si raccomandano i responsabili che accompagnano le persone in fuga – poiché in Afghanistan ci sono ancora parenti e amici. E se per qualche motivo qualcuno venisse riconosciuto, per chi è rimasto (per scelta) o per chi non è riuscito a scappare sarebbe morte sicura». Insomma, per vivere e far vivere i profughi afghani devono rendersi invisibili. Un po’ come i testimoni “protetti” dei processi speciali o i collaboratori di giustizia. Chi è riuscito ad arrivare in Italia si sente in colpa per aver abbandonato chi invece è rimasto in Afghanistan. Ma alternative non ce n’erano. Anche se nella fuga le donne e gli uomini hanno perso tutto. Meno la speranza di una vita migliore.

IN CERCA DI PACE

Un rifugiato lo dice con il suo inglese semplificato: «La speranza per i nostri figli è la pace». Solo con la pace si può pensare di ottenere diritti umani, diritti per le donne, la democrazia». E anche un governo finalmente scelto dalla gente, sottolinea. Ma per ora è presto. C’è da ricostruire le vite.

Si riparte da quattro donne, scese da uno dei pullman di Fiumicino. Non indossano lo chador, ma solo il velo. Qualche ciuffetto di capelli scappa e incornicia i visi pesti, emaciati. I piedi sono nudi, molte di loro parlano soltanto il dialetto. Non si riesce a trovare nell’immediato un interprete per chiedere di cosa possono aver bisogno. Poche ore dopo si trovano due volontarie della Croce Rossa che parlano un po’ di dari (una variante del persiano). È fondamentale per capire di che cosa hanno bisogno le persone che sono come superstiti di un terremoto o di uno tsunami: non hanno più nulla. Neppure lo spazzolino da denti.

L'ACCOGLIENZA

Da martedì la Protezione civile e la Croce rossa di Montecatini hanno affrontato l’emergenza di questo arrivo improvviso. C’è stata una corsa per reperire subito pane fresco, mozzarella, pomodoro e frutta per preparare 350 baguette. Ma anche pannoloni, latte, omogenizzati, biscotti, biberon per i più piccoli. Oltre beni di prima necessità. Molte aziende private della Valdinievole hanno messo a disposizione cibo fresco e non solo. La Coop – dice l’assessora regionale alla Protezione civile, Monia Monni – di notte ha mandato un furgone di roba. Del resto si contano sulla punta delle dita gli afghani che sono riusciti a trascinarsi dietro un sacco. Nessuno ha il coraggio di chiedere cosa custodiscano in una borsa. Un’ancora nel viaggio, che anche da Fiumicino a Montecatini è stato infinito: invece di quattro ore è durato fino alle nove di ieri mattina. Gli autisti dei bus si sono dovuti fermare molte volte. Bimbi stremati, adulti affamati, con bisogno di andare spesso in bagno. Ora i giorni della quarantena serviranno per riprendere un po’ di forze. In vista della costruzione di una nuova vita. In Toscana o in un’altra Regione. O magari in un altro Paese. Con la delicatezza di quella bambina che a Montecatini è arrivata per mano al padre, con un abitino di tulle, il suo unico bene. Insieme alla convinzione di essere una principessa. —

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