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I malati che soffrono possono scegliere di non voler vivere? Gli interventi di Emma Bonino e monsignor Paolo Razzauti

I malati che soffrono possono scegliere di non voler vivere? Gli interventi di Emma Bonino e monsignor Paolo Razzauti

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I promotori hanno gia raccolto le 500mila firme sufficienti a sottoporre la richiesta di istituire il referendum sull’eutanasia legale. Ma non si fermano e puntano a raccogliere più sottoscrizioni possibili per mettere in sicurezza il quesito e dimostrare quanto il tema sia profondamente sentito dalla popolazione. Un tema che agita la chiesa, con la Cei che esprime «grave inquietudine» per la possibilità data ai malati in condizioni di sofferenza estrema di scegliere di rinunciare a vivere. Di questo delicato, complesso argomento scrivono per noi Emma Bonino, senatrice di +Europa, storica paladina dei diritti civili. E monsignor Paolo Razzauti, ex vicario della diocesi di Livorno e preside del seminario, intellettuale cattolico da sempre aperto al dialogo con i non credenti.

Emma Bonino (Senatrice di +Europa): Il valore di essere liberi fino alla fine

Dopo due anni dalla pronuncia della Corte Costituzionale, con una legge già in Parlamento da inizio legislatura, sull’eutanasia non si è fatto nulla. È sempre la stessa storia: in Italia la politica prende sempre atto dei cambiamenti già in corso nella società anni dopo e sembra non sia mai il momento giusto per parlare di diritti civili. Una legge sull’eutanasia non la chiediamo solo noi: la Corte Costituzionale con quella sentenza invitava il Parlamento a legiferare sul tema. Ma la politica, addormentata, ha scelto in maniera pilatesca di non scegliere. Tutto questo sulla pelle di persone gravemente malate. Ma il successo della mobilitazione per il referendum sull’eutanasia, che ha visto un’enorme partecipazione, dimostra che ancora una volta il Parlamento è indietro anni luce rispetto al Paese. È già successo sull’aborto, come sul divorzio. E anche in questo caso la politica ha fatto spallucce verso qualcosa che riguarda la libertà e la dignità delle persone.

Perché di questo si tratta: libertà e dignità. Nella libertà di poter mettere fine alle proprie sofferenze c’è la dignità delle persone gravemente malate nel corpo, ma perfettamente capaci di intendere e volere di scegliere se mettere fine alla loro agonia.

Intelligenze vive, costrette a patire una condizione dettata dall’immobilismo politico che non decide di consentire loro di scegliere andarsene con dignità e in perfetta legalità. Costringiamo chi ha la possibilità anche economica di andare in Svizzera per porre fine alle proprie sofferenze o le releghiamo a patire sofferenze enormi.

Il Paese chiede libertà di scelta: e noi come +Europa siamo tra i promotori del referendum dell’Associazione Luca Coscioni perché pensiamo che si debba dare una risposta a questa domanda di libertà. Le file ai banchetti persino sotto il sole di agosto e l’entusiasmo soprattutto dei giovani attorno a questo tema apparentemente lontano da loro sono la dimostrazione che l’Italia è pronta ad avere una legge sul fine vita che rispetti la libertà fino alla fine di tante persone malate.

Ed è quella dignità che ad esempio Dj Fabo ha dovuto esercitare di nascosto andando in Svizzera per mettere fine alle proprie sofferenze. Dov’è la difesa della vita nel momento in cui si obbliga un adulto gravemente malato ma pienamente consapevole delle proprie scelte a fuggire dal proprio paese e dalla propria famiglia e cercare altrove una morte dignitosa?

Peraltro riconoscere la libertà di poter porre fine alla propria esistenza allorquando la propria vita sia oramai diventata solo sofferenze atroci per il malato e la sua famiglia non significa riconoscere un obbligo al suicidio assistito, per cui non può valere il principio per cui "io non lo farei" diventa automaticamente "e quindi tu non devi farlo". Ovviamente decidere di porre fine alla propria vita implica atroci sofferenze psicologiche e non è ammissibile che a decidere della vita di un malato che operi questa scelta siano un prete o un giudice.

Con questo referendum, che in breve tempo ha già superato la soglia delle 500mila firme, i cittadini hanno suonato la sveglia alla politica. Quello che sta succedendo nelle varie piazze italiane è straordinario. Appena qualcuno vede un gazebo, si ferma a firmare senza che si debba spiegare di che si tratta per convincerle. I cittadini, specie i più giovani, hanno capito l’importanza del tema. Ma nonostante il risultato storico già raggiunto io dico che non bisogna fermarsi. Per mettere in sicurezza il referendum è necessario raccogliere il numero più alto di firme possibili. La mobilitazione proseguirà fino a settembre. Inoltre, grazie al prezioso lavoro del deputato di +Europa Riccardo Magi, è possibile firmare anche online.

E mi piacerebbe che anche chi oggi si riempie la bocca con la parola libertà, chi urla alla dittatura sanitaria e tuona contro il Green Pass, per raccogliere forse qualche consenso tra i no vax, dia continuità a questo ritrovato spirito libertario schierandosi senza se e senza ma per quella sbandierata libertà di scelta anche su eutanasia legale. Ma forse è chiedere troppo a chi, come Salvini e Meloni, considera la libertà come licenza. Scegliere liberamente significa poter vivere senza ledere gli altri potendo, anche tra molte difficoltà e pressioni psicologiche, vivere dignitosamente fino alla fine.

Monsignor Paolo Razzauti (Ex vicario diocesi Livorno): Ma il dolore fa parte della vita

Sono prete da 52 anni ed in questo lungo periodo ho lavorato con credenti e non credenti. Con questi ultimi, soprattutto, c’è sempre stato un dialogo di confronto, crescita, dissenso, assenso. Ora vengo interpellato sul problema dell’eutanasia, un problema che è opportuno affrontare in un confronto. È evidente che la posizione della chiesa è nota ed io non posso disattenderla, anche se vorrei invitare tutti a confrontarsi e a non scontrarsi. Il Dio cristiano è il Dio dell’amore e non del "non fare"... questo è un dio pagano. Certo è però che bisogna fare tutti i tentativi perché la vita sia salva. Ecco dunque una piccola riflessione sul valore della vita e della sofferenza.

La vita non è un dono ma è un prestito. Un dono è mio e ne faccio quello che voglio: lo posso buttare, lo posso riciclare, lo posso vendere. Un prestito, invece, io lo debbo rendere nella maniera in cui mi è stato dato. E se la vita è un prestito io la debbo mantenere nella maniera migliore possibile perché poi la dovrò rendere.

Altro punto è la sofferenza. Oggi siamo in un mondo in cui cerchiamo di evitare la sofferenza. Eppure la sofferenza la vediamo tutti i giorni e noi stessi ne abbiamo esperienza nella vita. La sofferenza ci sarà sempre. Ma allora volere l’eutanasia vuol dire eliminare per forza la sofferenza dalla vita di una persona?

L’eutanasia può essere scelta dalla stessa persona o da persone a lei vicine. Se l’eutanasia è scelta dalla stessa persona: e se la vita è un prestito, quale diritto ha quella persona di buttare via il prestito? Se invece l’eutanasia è scelta da altre persone, quale diritto hanno di non far vivere una vita ad altri? A una persona al limite della sofferenza, che sta lì in un letto immobile da venti, trent’anni e chiede espressamente di morire, io dico: se posso, vengo accanto a te, ti prendo la mano, ti accompagno nella tua sofferenza e cerco di farti morire dignitosamente e nella normalità. Prima però mi piacerebbe parlare con questa persona al limite della sofferenza perché forse col dialogo può cambiare opinione, e anche se questa persona non riesce più a parlare, non è detto che non recepisca quello che dico, perché non si può mai dire quando non c’è più coscienza.

Un esempio da seguire su tutti? Papa Giovanni Paolo II. Ho ancora forte nella memoria l’immagine dell’ultimo suo venerdì santo. Era il 25 marzo del 2005. Giovanni Paolo II morì il sabato della settimana seguente. Il papa era già molto debilitato nella salute per la malattia del Parkinson. Quel venerdì santo il papa seguì la Via Crucis del Colosseo da una cappella piena di sofferenza. Stava abbracciato a una croce, si sapeva che da un momento all’altro poteva morire. Ecco. Giovanni Paolo II ha abbracciato la croce, ha abbracciato la sofferenza fino alla fine. Per me quella è l’immagine più bella e più grande di Giovanni Paolo II perché dà tutto il senso di quanto una persona si abbandoni, se credente in Dio, fino ad abbracciare la croce.

Se non si crede, invece, forse si arriva anche all’eutanasia. Ma siamo certi sia la strada giusta? Spesso nel mondo si vorrebbe «gettare ciò che non è normale (secondo noi), ciò che non rende». Ma siamo certi di questo? Altro esempio. Quando ero parroco a Livorno nel quartiere di Antignano ho avuto esperienza di visitare più volte una donna di 40 anni in stato vegetativo da quando aveva 9-10 anni. Ogni volta che andavo da questa ragazza e da questa famiglia ringraziavo la mamma, che tra l’altro era rimasta vedova, per come teneva questa figlia. La camera era sempre pulita. La mamma parlava con la figlia, le diceva che ero venuto io a trovarla e la ragazza pareva sorridere. Questa donna ha vissuto per l’amore di questa figlia che poi è morta di morte naturale.

Anche questo è stato un esempio grandioso di amore e di carità. Non tutti avrebbero fatto la stessa cosa e le posizioni sono diverse: ci sono famiglie che dicono che bisogna farli morire così non soffrono più e altre che sono per farli vivere e noi li aiutiamo in quello che è possibile. A mio avviso però l’amore non toglie mai la vita perché noi siamo venuti al mondo per un atto di amore e l’amore porta la vita fino in fondo, amando anche la sofferenza che spesso diviene una «cattedra di carità ed amore». L’amore ama la vita e non la morte. --

(Ha collaborato Samuele Bartolini)

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